«Cerco un rapporto confidenziale con Dio»

Di seguito l’intervista a Fabrizio Ciurlia, un membro attivo dell’Azione Cattolica della parrocchia di San Nicola a San Salvo.

Qual è stato il tuo approdo alla fede e/o ci sono fatti o persone che ti hanno fatto credere in Dio?
Sono stato sempre accompagnato dai miei genitori in parrocchia. Un ruolo determinante hanno avuto i miei nonni. Un episodio particolare che conservo ancora nel cuore è questo: da bambino ero andato in campagna con mio nonno e lui mi portò a vedere una roccia piatta da cui fuoriusciva una piccola pianticella e mio nonno disse: “se Dio riesce a far crescere una pianta da una pietra è una dimostrazione che Dio esiste ed è grande.”

E il tuo approdo in azione cattolica?
Come tanti altri avevo Don Piero come professore di religione alle scuole medie e frequentavo la parrocchia. In particolare in occasione del meeting di solidarietà organizzato dalla parrocchia nel 1984 (un evento che ha portato a San Salvo personaggi di rilievo e tra questi Antonino Zichichi un grande scienziato di fama internazionale) vedevo un grande fermento e dei giovani appassionati che si davano da fare per la riuscita dell’evento. E mi chiedevo: “perché questi giovani spendono tempo, fanno tardi la sera e presto la mattina….?”.  questo perché mi ha fatto appassionare ancora di più alla parrocchia per ricercare il perché di tutto questo attivismo e voglia di fare. Spero di dare sempre il meglio di me nel cercare il perché della fede”

Qual è il tuo rapporto con Dio?
È un dialogo a volte arrabbiato, a volte più sereno, a volte di ringraziamento a volte più confuso. Molto spesso è un dialogo che torno a fare dopo aver taciuto per un po’ di tempo perché ho dato troppo tempo al fare. Cerco di guardare a  tutto ciò che faccio ogni giorno come a un qualcosa da realizzare e inserire in un disegno più grande e cerco di capire qual è il disegno di Dio.

Cosa pensi del fatto che sono sorti tanti cammini di fede?
Ogni cammino di fede ha una sua particolarità e in ogni particolarità c’è un valore da esaltare e non da denigrare. Ognuno nasce da un esigenza, da un bisogno e dalla voglia di cercare Dio attraverso una strada particolare. Il tutto sta nel cercare di armonizzare tra di loro i vari cammini e a pensare che ogni cammino è una ricchezza.

Con l’azione cattolica delle altre realtà parrocchiali di San Salvo, avete dei momenti di incontro?
Questo non c’è ancora stato. Forse perché noi abbiamo una storia un po’ più lunga , loro un po’ più corta. Per il momento ci siamo incontrati solo a livello diocesano. Nulla vieta che in futuro ci possano essere dei momenti di incontro soprattutto per quei momenti di festa previsti dall’azione cattolica.  Potrà essere un prossimo passo.

Da quanti anni sei presidente dell’azione cattolica della parrocchia?
Il mio primo mandato risale al 2011. Ogni mandato dura tre anni e da gennaio 2014 sono al secondo mandato.

Qual è la cosa più bella e la cosa un po’ più pesante di questo mandato?
La cosa più bella è andare a guardare la parrocchia non presa da un unico punto di vista che può essere quello del gruppo che ti interessa di più ma nella sua globalità dai bambini, giovanissimi, giovani adulti e anziani. E la cosa più bella è proprio il rapporto personale con tutte queste persone. Una cosa un po’ più brutta tra virgolette è una pesantezza pastorale nel senso non è facile seguire e dare tutto per tutti i gruppi e a volte mi dispiace quando un gruppo si sente trascurato e sento la responsabilità di non essermi accorto che quel gruppo sta soffrendo e allora cerco di fare in modo che questo gruppo riesca a vivere una sua esperienza di fede positiva.

C’è qualcosa che ti piacerebbe fare per far conoscere Dio a chi non lo conosce?
C’è una cosa che mi piacerebbe fare: io ho un bel ricordo della sede parrocchiale della vecchia chiesa con il portone su Corso Garibaldi sempre aperto e sempre pieno di bambini e ragazzi che giocavano e che spesso venivano solo per quel motivo e non frequentavano nemmeno l’azione cattolica. Chi passava vedeva il portone aperto e lo sguardo ce lo buttava sempre. Chi veniva aveva l’occasione di avere col parroco e con gli educatori un rapporto spontaneo, diretto. Il mio sogno sarebbe proprio quello di riaprire quel portone per offrire un luogo di incontro, una piazza, uno spazio in cui le persone in cui si possono incontrare e offrire l’ amicizia di Dio.

Secondo te l’azione cattolica ha un difetto?
Ne ha tanti ma uno in particolare è legato al fatto che a volte si lascia prendere dalla troppa burocrazia.

Qual’ è il tuo ricordo più bello di Don Piero?
Ne ho tanti di ricordi belli uno dei ricordi particolari era la vita quotidiana in parrocchia e soprattutto la sera quando finivano tutte le attività di parrocchia e ci si sedeva fuori a chiacchierare  insieme per parlare di noi, di quello che avevamo fatto il giorno e usciva un idea per un iniziativa o la soluzione per un problema.

C’è un insegnamento, una cosa di cui puoi dire questa cosa me l’ha insegnata don Piero?

Mi ha insegnato tante cose. In particolare mi ha imparato a guardare gli altri come persone in maniera diversa: non solo come persone che vivono con te una certa fetta della tua vita ma come persone che qualcuno ha messo sul tuo cammino ed avere un rapporto con loro proprio perché i nostri cammini si sono incrociati non per caso ma perchè Dio li mette nel nostro cammino. L’incrociare gli sguardi non è mai casuale ma fa parte di qualcosa di più grande

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,15-20. 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;
un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.
Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».

Angelo: “Sono vivo grazie al cuore di un diciottenne”

 

Di seguito una sintesi di una toccante testimonianza di Angelo Fabrizio, un uomo che è vivo per miracolo.

Cosa ricordi della tua infanzia e del tuo essere ragazzo e giovane sansalvese?

Io sono nato il 5 agosto del 1957 e con orgoglio rivendico il fatto di essere figlio di contadini, persone semplici, umili e generose che ti darebbero anche ciò che non hanno. Ero un ragazzo come tanti altri che amava stare in strada a giocare con gli amici. San Salvo era piccolissima e tutti si volevano bene. Con l’insediamento della Siv, mio padre, come tantissimi altri si era rivolto al politico di turno Vitale Artese per chiedergli di farlo entrare a lavorare in fabbrica ma lui gli rispose “ma tu hai la terra”. Ovviamente papà ci restò malissimo perché all’epoca aveva solo un piccolo appezzamento e che non rendeva abbastanza per soddisfare le esigenze della famiglia ma poi si rimboccò le maniche e intensificò la sua attività di agricoltore. Quella era l’epoca d’oro per le pesche a San Salvo e proprio grazie a ciò papà poté acquistare altri terreni e costruire anche casa. Io, intorno ai 15 anni, oltre che aiutare i miei genitori in campagna ho cominciato anche a lavorare nella Cooperativa Eurortofrutticola. Mi presero perché ero alto e l’altezza serviva perché c’era bisogno porre una sull’altra le cassette di legno sulle pedane. Quante schegge si ficcavano nelle mani! Le pesche venivano commercializzate anche fuori San Salvo e per farle giungere nella varie destinazioni le portavamo alla stazione e nei vagoni per avere l’effetto frigorifero e far conservare la frutta fino a destinazione rivestivamo le pareti dei vagoni con dei “lingotti di ghiaccio”, ognuna delle quali misurava un metro di altezza per circa 15 centimetri di profondità.

Come è proceduta in seguito la tua vita?

Nel 1977 insieme a un mio amico Angelo De Cinque, avevamo preso in gestione un consorzio agrario a Vasto ma lo tenemmo solo per qualche anno ossia fino al 1981 quando aprii un negozio di giardinaggio a Vasto. Ma questa scelta mi ha portato anche ad avere tanti debiti. Per fortuna nel frattempo avevo iniziato a fare anche lavori di giardinaggio e in seguito questo è diventato il mio lavoro prevalente. Nel 1977, durante una festa di compleanno a Vasto, ho anche conosciuto colei che è diventata mia moglie, Raffaella Bruno. Rimasi subito colpito dal suo viso dolce, delicato e senza trucco. Nel 1982 ci siamo sposati ma ben presto abbiamo scoperto che purtroppo non potevamo generare figli. Mia moglie che veniva da una famiglia di 4 figli aveva subito pensato di avviare delle pratiche di adozione ma io non volevo sia per orgoglio e sia perché ero anche avaro. Stava cominciando a nascere dell’astio tra di noi per questo motivo. Ma la nostra salvezza è stato il fatto che siccome mio suocero era un diacono, aveva cresciuto i figli con il senso del valore delle pratiche religiose. Infatti da quando ci siamo sposati, tutte le domeniche andavamo a messa. Ma io ci andavo solo per seguire mia moglie e non per fede. Una domenica restai colpito da un passo della bibbia che diceva: “Non è ancora il tempo, né il momento e né il luogo in cui tu possa ricevere questa parola e portare questo peso”. Di lì a qualche settimana ci furono delle testimonianze di persone che frequentavano il Cammino Neocatecumenale e chi aveva 5, chi 6 e chi 7 figli. Dopo aver ascoltato queste testimonianze, abbiamo cominciato a frequentare questo cammino e io mi sono deciso a condividere il desiderio di mia moglie di accogliere dei bambini a casa nostra. Era il 1984! Dopo ben 4 anni di burocrazia è arrivata la bellissima notizia che potevamo andarci a prendere “nostra figlia” a Santa Fè di Bogotá in Colombia. Aveva solo 7 giorni e somigliava un sacco a mia moglie. Eravamo felicissimi di questa scelta e subito abbiamo avviato le pratiche per un’altra adozione che è arrivata nel 1992. Stessa prassi e stessa immensa gioia. Questa volta era un maschietto di 25 giorni che aveva un qualcosa che lo faceva somigliare a me. Avevamo avviato anche una terza adozione ma lo stato del mio cuore che stava sempre peggio era un ostacolo per la burocrazia. Da sempre i nostri figli hanno saputo che erano figli che non avevamo generati ma che li amavamo immensamente.

Quando hai scoperto il tuo problema al cuore e quando sei arrivato al trapianto?

Quando avevo 7 anni, una mattina non mi sentivo le gambe e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Mamma all’inizio pensò che era una scusa per non andare a scuola ma poi si accorse che non era così e cominciammo a fare i primi accertamenti. Uno streptococco si era depositato nel cuore e aveva provocato un’insufficienza aortica che mi sono poi trascinato nel tempo. In seguito ho avuto una vita normale giocavo persino a pallone. Anche se mamma diceva “questo non lo devi fare, sei malato!”. Nel 1990 ho subito il primo intervento per la sostituzione della valvola aortica. Tutto è andato bene e sono andato avanti senza problemi per diverso tempo. A inizio 2003 durante uno dei controlli di routine mi hanno detto che il cuore si stava ingrossando troppo e che avevo bisogno urgente di un trapianto. Consultai anche un altro centro e ci accompagnò anche don Raimondo Artese. Il responso era lo stesso. Il 4 febbraio del 2003 (giorno del mio trapianto) sono rinato per la seconda volta e dopo di allora ho cambiato completamente prospettiva di vita. Io sono vivo grazie al cuore di una ragazzo diciottenne di Modena morto dopo un incidente. Sento che sono vivo per miracolo e che in qualche modo quel ragazzo continua a vivere insieme a me. Nei giorni di festa come Natale e Pasqua ho un gran magone perché questi sono i giorni deputati allo stare in famiglia e sento il dolore della famiglia di quel ragazzo. E così mi ritrovo ogni istante a ringraziare Dio per la mia vita, mia moglie, i miei due meravigliosi figli, i miei genitori e tutte le persone che mi vogliono bene e che amo.

Vangelo del giorno 26 giugno

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,6.12-14. 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa;
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!”

Don Beniamino: “Signore, facciamo un patto: tu sei il Parroco e io il viceparroco”

Don Beniamino Di Renzo è un giovane sacerdote di soli 34 anni che da giovedì 7 settembre 2017 è stato insediato nella parrocchia di  San Nicola a San Salvo. Il suo paese di origine è San Martino sulla Marrucina. Ultimo di tre figli, nato il 23 maggio del 1984, da Ennio Di Renzo (prima ufficiale civile di marina imbarcato e poi direttore delle poste di Chieti) e Giuseppina Pompilio.
È stato ordinato sacerdote l’8 settembre del 2012 e ha celebrato la sua prima messa il 9 settembre 2012 e il 5 ottobre dello stesso anno è diventato parroco a Gessopalena dove è rimasto fino ad oggi.

Mi racconti un po’ di te e della tua scelta di diventare sacerdote?

Io sono nato in una famiglia in cui tutte le domeniche si andava a messa. Non si andava solo se si era malati. E anche i discorsi e le scelte che si facevano andavano nella stessa direzione. Siccome mia mamma lavorava come fisioterapista in ospedale, spesso stavo con la mia prozia Maria che
era una donna dalla grande fede che seppur non era sposata e non aveva figli era incredibilmente materna e viveva il senso più profondo della vita e della salvezza eterna. Spesso mi portava con sé in parrocchia per seguirne le varie attività. Siccome nei periodi estivi amavo andare a messa anche tutti i giorni molti mi dicevano di farmi sacerdote ma io mi arrabbiavo tantissimo e qualche volta ho anche risposto davvero male e chi “osava” dire una cosa del genere. Nella mia testa c’era l’idea di seguire l’esempio di mia nonna materna che divenne un’insegnante in ruolo grazie a un concorso che vinse a soli 16 anni ( classe 1906!). Gli ultimi due anni della sua vita li ha vissuti a casa nostra allettata. Io che avevo solo tre anni e ricordo ancora che le gironzolavo sempre intorno. E vivevo in pienezza ciò che lei rappresentava per la nostra famiglia anche nel periodo della malattia: non un peso ma una presenza viva e bella. Nonostante ero molto piccolo conservo un bellissimo ricordo di lei. Dalle testimonianze che avevo raccolto in paese sapevo che nonna considerava i suoi alunni dei figli da educare e non persone da indottrinare. Questo mi affascinava tantissimo. E così dopo aver conseguito il diploma di ragioneria nell’ottica dell’insegnamento mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Religiose a Chieti.

Io vivevo la chiesa come un fatto culturale e vitale che apparteneva al mio modo di essere. Ma ci fu un giorno, nel periodo natalizio, in cui mi misi a contemplare il presepe di casa e nel vedere la grotta illuminata mentre le altre luci erano spente mi venne da pensare ”Dio tu sei un Dio che ascolta e so che ascolti anche me in mezzo a tanti. Che bello significa che mi vuoi bene!”. Da allora ho cominciato a sostare tutti i giorni almeno una decina di minuti davanti al Santissimo senza dire una parola semplicemente per stare un po’ insieme a Lui.

Ciò nonostante continuavo a scartare l’idea del sacerdozio ancora di più quando entrai una volta in Seminario per andare a far visita a un amico, Angelo Di Prinzio. E quel giorno le mie “ultime famose parole furono “Io qui non metterò mai piede!”. Seppur vedevo il matrimonio come una cosa davvero bella e avevo anch’io avuto le mie sbandate per le ragazze, sentivo che non era per me e cominciavo a maturare l’idea che dovevo fare qualcosa di bello e grande per Dio e pensavo a qualche forma di celibato, massimo diaconato. Mi spaventava troppo l’idea di mettere la mia vita completamente nella mani di Dio.

Ma tra il 2007 e il 2008 successero tanti episodi che travolsero completamente questa mia idea. Ero già stato a Lourdes diverse volte ma a febbraio del 2007 vi tornai in occasione del 150° dalle apparizioni e andando a visitare la salma di Santa Bernadette vidi un immagine bellissima che mi colpì profondamente: il volto della santa, serena e beata. Scoppiai a piangere e chiesi: “ Se è nella volontà di Dio, aiutami a fidarmi completamente di Lui come hai fatto tu” . Stessa preghiera innalzai alla Madonna davanti alla grotta.” Nel giorno dell’ordinazione del mio amico Angelo (agosto 2007) mi avvicinai al vescovo Bruno Forte semplicemente per salutarlo come fanno tutti. Gli parlai un po’ di me e gli dissi che stavo frequentando Scienze religiose e lui quasi in maniera secca “Dio da te vuole qualcosa in più”. E fece segno al suo segretario (all’epoca Don Domenico Spagnolo) di darmi un bigliettino da visita del gruppo del discernimento vocazionale Samuel. Presi quel bigliettino, lo misi in tasca e lo riposi in un comodino. A ottobre mi dissi “devo sapere cosa vuole Dio da me” e chiamai quel numero nella convinzione che non sarebbe stata la mia strada. Chiamai e mi convocarono per il giorno dopo a San Giovanni In Venere a Fossacesia. E da lì è cominciata a maturare in me l’idea di entrare in seminario che rivelai alla mia famiglia solo nel luglio del 2008.

Oltre alla tua famiglia ci sono delle persone che porti nl cuore e che ti hanno aiutato a maturare questa scelta?

Di sicuro la mia prozia Maria e i due sacerdoti che hanno guidato la parrocchia del mio paese negli anni cruciali della mia vita, l’indiano don Ignazio Amaladas e don Antonio Di Francescomarino. Entrambi con una spiritualità straordinaria ma anche ferma. Quest’ultimo in particolare prima di essere un sacerdote era semplicemente un cristiano sempre nella gioia e sempre col sorriso fino all’ultimo quando un tumore al pancreas lo ha portato via l’11 giugno del 2008. Aveva dei modi molto signorili , di una profonda gentilezza verso tutti senza alcuna distinzione. Mi sconvolse il suo modo di affrontare la malattia e vedendolo sempre più deperire mi chiedevo “ma come fa a restare così tranquillo?”. Era una persona molto autorevole ed era l’unico a cui non osavo rispondere in malo modo quando mi diceva di farmi sacerdote e ancora maturavo quell’idea. A febbraio del 2008 quando l’andai a trovare gli avevo rivelato la mia volontà di entrare in seminario. E lui esclamò “Finalmente!” I suoi funerali furono celebrati il 13 giugno del 2008 nella cattedrale di Chieti dal Vescovo Bruno Forte che in quell’occasione mi disse “un santo sacerdote è volato in cielo, un altro si prepara a dire messa”.

Come hai vissuto la tua prima esperienza da parroco?

Ho chiesto al Signore: “Se tu che mi hai voluto qui! Facciamo un patto Tu sarai il parroco e io il tuo viceparroco”. E così è stato. Umanamente a tutti fa piacere avere il plauso degli altri e questa sensazione di essere stato un semplice strumento nelle mani di Dio, mi aiuta a non entrare in superbia. Nel giorno in cui mi hanno salutato a Gessopalena e guardandomi intorno, mi sono reso conto che sono state fatte tante cose ma non me ne sento responsabile. La cosa più bella, e di cui non mi sento artefice, è stato quando un parrocchiano mi ha detto “grazie a te mi sono riavvicinato a Dio”.

 

Don Raimondo Artese, il sacerdote dei bambini

Don Raimondo Artese il 27 aprile 2018 ha festeggiato i suoi 40 anni di sacerdozio. Da 27 anni esercita il suo ministero nella stessa città in cui è nato e nella quale è maturata anche la sua vocazione alla sequela di Cristo e della Chiesa.

Due peculiarità caratterizzano questo ministero. La prima in assoluto è senz’altro la sua attenzione per le famiglie anche con i bambini piccoli. Cosa per niente scontata! La messa delle 10 del mattino nella parrocchia di San Giuseppe da quando don Raimondo l’ha introdotta è sempre stata quella in cui le famiglie possono partecipare tranquillamente anche se al suo interno ci sono i bambini che o per età o per carattere o per qualsiasi altra situazione possono in qualche modo dare fastidio. Questa è una messa in cui è normale sentire il “soave” chiacchiericcio dei piccoli ma per chi ama Cristo non è un fastidio. Il rito è un po’ più breve e nel momento dell’omelia don Raimondo usa linguaggi più semplici e più gioiosi. Ha fatto proprio il motto di Gesù “lasciate che i bambini vengano a me”.

L’altra peculiarità di don Raimondo è quella di aver creato una comunità accogliente fatta da diverse realtà ecclesiali come il Movimento dei Neocatecumenali, l’Agesci (movimento scout cattolico), il gruppo delle Famiglie e del Rosario, la Caritas parrocchiale, il Rinnovamento Nello Spirito, l’oratorio San Vitale. Non ci sono persone onnipresenti ma tante persone che fanno servizi diversi.

(Di seguito una sintesi dell’intervista rilasciata da don Raimondo Artese nel 2014)

Come è nata la sua vocazione sacerdotale? 

La mia vocazione è nata grazie alla testimonianza della mia famiglia. Ogni domenica i miei genitori andavano a messa (possibilmente anche durante la settimana) e partecipavano alle novene e agli incontri organizzati dalla parrocchia. Ho un bellissimo ricordo di mio nonno Nicola, uomo di fede che durante la settimana stava alla masseria e il sabato sera tornava in paese, andava dal barbiere per “farsi fare la barba” e la domenica mattina puntualmente andava a messa e la sera tornava di nuovo alla masseria. Da piccolo non ero proprio un “santarellino” e quindi andavo in giro per la Chiesa e spesso parlavo. Quando mi dicevano di stare zitto io rispondevo “Cirillo parla, parlo pure io.”Un giorno a scuola era passato un sacerdote che ci aveva fatto fare un tema su cosa volevamo fare da grandi: io volevo diventare sacerdote. In terza media sono entrato in Seminario. Ricordo che quando i miei dovettero chiedere a Don Cirillo il rilascio del certificato per farmi entrare in seminario, chiese: “ma siete proprio sicuri?”.

Ha vissuto la trasformazione di San Salvo da centro rurale a polo industriale, quali i suoi ricordi e quali le sue impressioni su questi cambiamenti?

Ricordo che San Salvo era veramente un piccolo paese. A scuola c’erano due sezioni una maschile e una femminile. L’unica strada trafficata era la nazionale. In pochissime case c’era la televisione che in diverse occasioni diveniva oggetto di condivisione. Ma quando c’erano delle trasmissioni particolari e tante persone la volevano vedere il padrone di casa poggiava l’apparecchio sulla finestra.

Secondo lei come veniva e come viene percepita la chiesa dalla maggior parte degli abitanti di San Salvo?

Una volta, la maggior parte delle persone andava in chiesa un po’ per tradizione e un po’ per quel senso di religiosità che portava a rivolgersi a Dio perché i raccolti andassero bene. Ora non è più così. Confido nel Signore affinché le varie circostanze per cui molti si avvicinano alla chiesa diventino occasioni per riscoprire quella fede che è nel cuore di ogni uomo.

Caro don Raimondo Arteseauguri per i tuoi primi 40° anni di sacerdozio! Dal battesimo all’ordinazione, anni in cui hai trasmesso a me e a tanti il dono di una fede semplice, bella, essenziale e piena di vita vera e concreta. Provvidenza, fiducia e attenzione..poche parole per descrivere il tuo ministero sempre “contromano”! Ci hai sempre insegnato che “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”, ma mi piace pensare che le storie di molti di noi che oggi ti facciamo gli auguri sarebbero state diverse senza incrociare la tua! Grazie…di tutto! (le parole di don Andrea Manzone per il 40° di don Raimondo)

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio: Giovanni

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 1,57-66.80. 
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio.
I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.
All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria.
Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni».
Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse.
Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati.
In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose.
Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.
Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Parrocchie 2.0: la piattaforma che dà voce alle parrocchie

 

Un sito per raccontare la vita delle parrocchie a 360 ° e che parli soprattutto delle persone, il cuore di Dio e della “Chiesa”

Ogni parrocchia ha tantissimo da dire e raccontare sulla sua struttura, sulla sua storia, sul suo patrimonio artistico, sui vari movimenti e gruppi che la animano, sulle persone che la frequentano e che vivono nella pienezza il proprio essere cristiani. Il raccontarne la bellezza e informare sui vari eventi che si vivono all’interno di essa equivale ad annunciare la meraviglia della lieta novella anche a chi non la conosce. Tutto questo utilizzando in maniera professionale il web chè è diventato uno dei “luoghi” in cui l’uomo vive e dove purtroppo la “Chiesa” non è abbastanza presente.

Contenuto principale del blog

3 sezioni: parrocchie, gruppi e movimenti, testimonianze

Argomenti:

  1. Parole del giorno
  2. Informazioni pratiche di parrocchia (orari messe, celebrazioni, iniziative ecc.)
  3. Storie delle persone che frequentano le parrocchie e che vivono Cristo
  4. Descrizione e storie edifici e delle opere racchiuse in esse
  5. Descrizione attività vissute all’interno dei singoli movimenti

La mission di “Parrocchie 3.0”

Se la “chiesa” non comunica, chi non conosce Cristo, come può ricevere e accettare l’invito della lieta novella? Internet offre una grande opportunità in tal senso.

La comunicazione tra gli esseri umani è alla base di ogni sorta di rapporti umani. È un dato di fatto che oggi, uno dei principali strumenti di comunicazione è la rete con tutti i suoi pro e contro. Una consistente fetta della popolazione, dai 6/7 ai 90 anni, usa internet per cercare informazioni di ogni genere (orari di apertura di servizi pubblici, recensioni attività e/o medici…), acquistare beni, conoscere fatti e persone, studiare, interagire con gli altri, esprimere proprie idee, dissentire e/o appoggiare progetti,…

“La rete è diventata a pieno titolo un “luogo” di questo tempo in cui l’uomo vive” con tutte le criticità e le potenzialità del caso. In questo nuovo mondo, soprattutto a livello locale, la chiesa è scarsamente presente e se lo è spesso non è professionale, intendendo con questo termine qualcosa che è fatta bene, come si suol dire “Come Cristo comanda”. Se ci sono dei siti e/o delle pagine social non sono aggiornati e vengono considerati marginali e non essenziali nella vita della parrocchia.

Se ci si pone nell’ottica sia da un punto di vista di chi conosce Cristo e ha bisogno anche semplicemente di essere aggiornato sull’orario di una celebrazione e/o di un evento e anche di chi invece non conosce Cristo ma può scorgere in questo “luogo” un invito a un “vieni e vedi”, si comincia a vedere la rete non più come un aspetto marginale ma fondamentale. Chi non si è trovato nella situazione in cui una domenica aveva necessità di andare a messa in un’altra parrocchia e aveva bisogno di conoscere semplicemente l’orario di una celebrazione logisticamente più comoda per quella giornata? Oppure da turista cattolico che vuole conoscere gli orari delle celebrazioni del posto dove sta vivendo le sue vacanze?

Un piccolissimo esempio per rendere questa idea: ipotizziamo che un tale ha bisogno di un bene preziosissimo per la sua vita e che gira mari e monti senza trovarlo. Un altro tale ha questo bene in abbondanza e lo vuole dare ma non dice (ovvero non comunica) agli altri di possederlo o lo dice solo a chi già lo sa e/o dovrebbe saperlo. Senza un’adeguata e necessaria comunicazione come si possono incontrare i due tali?

Il portale come motore propulsore di una chiesa sempre più comunicativa, unita e collaborativa

Questo blog vuole essere un portale a disposizione dei sacerdoti e delle chiese locali per dare tutte le informazioni/inviti possibili su celebrazioni ed eventi e attività religiose del territorio, dare testimonianza della bellezza della lieta novella, evangelizzare, promuovere il turismo religioso (quanti tesori artistici, storico-culturali sono racchiusi nelle nostre chiese e spesso sconosciuti anche per chi frequenta), e le aziende che vivono secondo i principi dell’Economia di Comunione, diffondere la cultura del volontariato e dell’aiuto al prossimo e di un’ economia/società/politica fondati su concetti cristiani.

Inoltre vuole divenire un motore propulsore con cui le parrocchie, i vari movimenti e gruppi di preghiera presenti in ogni singola città comincino dei percorsi di collaborazione vera e di reciproco aiuto per dare anche a chi non frequenta non un immagine di “stanze a chiusura stagna” ma essere quel segno di unità di cui parla San Paolo. Messe concelebrate nei vari quartieri da tutti i parroci della città e la ricerca di altre occasioni, eventi e celebrazioni in cui sono presenti le diverse realtà ecclesiali locali. Gruppi e movimenti che si mettano a disposizione l’uno dell’altro con i propri carismi anche a livello inter-parrocchiale. Un piccolo esempio l’Azione Cattolica di una parrocchia dove è ben salda può dare una mano nella parrocchia dove c’è un momento di crisi per far riemergere il movimento. Idem per gli altri movimenti. Condividere il dono dell’organizzazione, della comunicazione, di una spiritualità più pronunciata, con tutta la chiesa locale e non solo nel singolo gruppo e/o parrocchia. Unirsi, organizzarsi, uscire, ascoltare e annunciare non dimenticando quei giovani che vivono nel “buio”.

Il blog potrebbe anche avviare una nuova forma di collaborazione tra i sacerdoti che vivono la stessa realtà locale. Mettersi a tavolino ognuno con i propri carismi: il dono dell’annuncio, della carità e della compassione, dell’organizzazione pratica, della confessione. Sono queste delle funzioni che tutti i sacerdoti esplicano ma spesso capita che ci sono dei sacerdoti che hanno delle propensioni particolari per una o più di queste funzioni e meno per altre. E allora perché non mettersi insieme, fare dei gruppi di lavoro e aiutarsi e formarsi reciprocamente? Giusto per fare un esempio: i sacerdoti che hanno il dono dell’annuncio potrebbero insegnare agli altri come comunicare ai fedeli il lieto annuncio. Idem per altre funzioni.

Perché la chiesa locale in rete: internet e blog, i nuovi crocicchi delle strade dove annunciare la lieta novella. È di esempio a tal proposito la lungimiranza e la modernità dell’annuncio di San Francesco Di Sales

San Francesco Di Sales, scelto prima da Pio XI e poi confermato da Paolo VI è il patrono dei giornalisti ed è soprattutto un santo che insegna l’importanza della comunicazione anche in ambito religioso. Molto probabilmente perché era un uomo lungimirante e moderno anche se viveva in un epoca tra il 1500 e il 1600, aveva affiancato ai metodi tradizionali dell’annuncio della parola di Cristo anche con ciò che noi oggi chiamiamo i volantini, redatti con un linguaggio semplice e insieme elegante, coinvolgente e ricco d’immagini. A giusta ragione li aveva pensati come mezzo privilegiato per raggiungere tutti attraverso l’affissione murale o la consegna ai singoli usci. Se allora i volantini erano rivoluzionari in un epoca in cui non c’era niente, oggi internet è uno strumento privilegiato che consente di arrivare a tutti (ragazzi, giovani e vecchi) e ovunque (sino alla parte opposta della terra). Per rendersi conto di ciò basta entrare in uno luogo pubblico e vedere tutti, a prescindere dall’età, a consultare smarthphone o tablet. Per quanto si possa criticare l’abuso che se ne fa non si può non prendere atto di uno stato di fatto incontrovertibile. E i sacerdoti e i laici impegnati non possono esimersi dal buon utilizzo di questi strumenti per diffondere la parola di Dio a tutti. Poi ognuno sceglierà se accogliere o meno quella parola. In fondo Dio in primis non ci ha pensati come dei robot ma come uomini liberi. I credenti hanno il dovere di annunciare la lieta novella anche a questi nuovi crocicchi delle strade.