Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno

(Comunicato della Santa Sede)

Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.

Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub tuum praesídium”, e con l’invocazione a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse 12, 7-12).

La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo capitolo del Libro di Giobbe – è l’arma contro il grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub tuum praesídium”.

L’invocazione “Sub tuum praesídium” recita così:

“Sub tuum praesídium confúgimus,
sancta Dei Génetrix;
nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus,
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta”.

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta.]

Con questa richiesta di intercessione, il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la santa Madre di Dio ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga.

Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

“Sancte Míchael Archángele, defénde nos in próelio;
contra nequítiam et insídias diáboli esto praesídium.
Imperet illi Deus, súpplices deprecámur,
tuque, Prínceps milítiae caeléstis,
Sátanam aliósque spíritus malígnos,
qui ad perditiónem animárum pervagántur in mundo,
divína virtúte, in inférnum detrúde. Amen”.

[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta, sii nostro presidio contro le malvagità e le insidie del demonio. Capo supremo delle milizie celesti, fa’ sprofondare nell’inferno, con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen.]

La testimonianza dei seminaristi al gruppo ragazzi

(Articolo di Lorenzo Saturni)

Mercoledi’ 26 settembre 2018 alle ore 16.00 presso la sede delle opere parrocchiali si e’ svolto l’incontro con i seminaristi del seminario di Chieti per una testimonianza per conoscersi bene.

Il primo a parlare e’ stato PierAlbert che ha parlato di come una persona si puo’ stupire di se stessa. All’ incontro ha preso parte anche don Beniamino parroco della parrocchia di San Nicola. Umberto un altro seminarista ha parlato di missione di carita’ che dobbiamo fare con noi e con gli altri.Inoltre ha fatto riferimento a Giovanni Paolo II con la frase non farti ingannare.Nel senso che non dobbiamo dubitare Dio.

Paolo ha preso la parola parlando anche lui di stupore e di azione cattolica.L’azione cattolica per la vita di un cristiano e’ molto importante per la crescita spirituale di ognuno di noi.Paolo ha ricordato che se noi studiamo bene e con attenzione arriva subito l’oppurtunita’ di lavoro senza richiederla.E’ stato un bellissimo pomeriggio di gioia e di condivisione con i seminaristi ospiti nella nostra parrocchia San Nicola.

Un altro seminarista che ha preso la parola e’ stato Matteo che ha parlato dell’ azione dello Spirito Santo sul mondo. E’ stata una gioia per tutti quella di poter ascoltare le testimonianze dei seminaristi.La parrocchia vanta un bellissimo momento di fede e di condivisione ogni giorno con delle testimonianze riguardanti la fede cristiana e la chiesa.

Ogni incontro e’ fatto di emozioni e sentimenti nuovi.Per concludere don Beniamino ci ha ricordato che se stiamo in silenzio possiamo ascoltare le parole di Dio,e ci ha ricordato che ogni scelta che facciamo e’ giusta a noi tutti e verso Dio.Gesu’ ci guarda a ognuno di noi singolarmente e ci dona la vocazione spirituale.

Bellissima giornata in parrocchia di San Nicola con i seminaristi

(Articolo di Lorenzo Saturni)

Bellissima giornata quella vissuta domenica 30 settembre dalla parrocchia di San Nicola.Dopo la celebrazione eucaristica presieduta dal parroco del seminario di Chieti in compagnia di don Beniamino,l’assemblea si e’ spostata presso la sede delle opere parrocchiali per il pranzo collettivo con i seminaristi del seminario Chietino.Ad allietare la giornata c’e’ stato il dj Lorenzo.Un ringraziamento ai seminaristi per la loro presenza e la loro gioia, a Tutto Gusto per il cibo preparato e a tutta l’assemblea.

Subito dopo il pranzo i seminaristi sono partiti per Vasto per partecipare alla santa messa e per la processione in onore di San Michele Arcangelo per poi ripartire per Chieti.La presenza dei seminaristi e’ stata davvero immensa perche’ ci si e’ potuto confrontare tutti insieme sulla parola di Dio.Nelma scorsa settimana i seminaristi hanno fatto visita alle scuole sansalvesi per parlare della loro fede e l’incontro che hanno avuto con Dio.

Spero che in un futuro abbiamo ancora la presenza dei seminaristi perche’ hanno tanto da insegnarci e trasmetterci la fede di Dio.Oggi la nostra conunita’ ha accolto una nuova bambina nel regno di Dio e festeggiato il 50esimo anno di matrimonio di una coppia che hanno ricevuto un bellissimo quadro da parte di Papa Francesco.La parrocchia di San Nicola sta’ incontrando delle nuove persone che hanno seguito la via del Signore per preparasi al meglio a seguire l’incontro con Dio.

“Ognuno di noi ha una vocazione”- Anche gli Scout di San Salvo hanno incontrato i seminaristi in missione

Gruppo scout del “San Salvo1”)

Anche il gruppo scout del “San Salvo1” ha incontrato i seminaristi; erano presenti i Capi, i ragazzi del Clan e l’Alta Squadriglia del Reparto (ragazzi dai 15 fino ai 21 anni).

«Noi ragazzi del reparto San Vitale e Santa Valeria abbiamo condiviso il nostro percorso scout.
Dato che per raccontare dello scoutismo a parole, ci vorrebbero giornate intere, abbiamo mostrato un video, che raccontava il nostro modo di essere con foto e canzoni. Poi abbiamo cercato di rispondere alle loro domande su questo mondo a loro sconosciuto, abbiamo raccontato loro gli aneddoti più divertenti, che hanno reso i campi estivi indimenticabili. In seguito a questo momento divertente i protagonisti della serata sono diventati i seminaristi, raccontandoci della loro vocazione e della scelta di intraprendere questo cammino.» (Orchidea Premurosa)

«Per animare la serata li abbiamo coinvolti con un bans. E dalle domande posto loro abbiamo capito, che grazie  al forte sentimento che provano verso Dio, sin da quando erano piccoli, con il passare degli anni, è cresciuto con loro e si è fortificato sempre di più, a tal punto da intraprendere questo stile di vita ed entrare in seminario. Il messaggio che abbia colto è che bisogna essere sempre aperti a qualsiasi tipo di chiamata.» (Pinguino Curioso)

Mentre i capi hanno parlato un po’ della gestione del gruppo e di ciò che fanno insieme ai ragazzi, molte sono state le domande che i seminaristi hanno fatto a loro e ai capi, una in particolare era “se loro si vergognavano di portare l’uniforme, un po’ come loro, che molte volte vengono presi in giro.”
I ragazzi hanno risposto che sono contenti di ciò che fanno, anche se qualche volta il giudizio della gente a loro da fastidio, ma l’affrontavano con il sorriso perché, se una cosa viene fatta con amore, vale il doppio e ti riempie il cuore di gioia in quanto sei davvero te stesso.
Un capo ha messo in evidenza il fatto che molte volte è difficile far capire agli altri quello che tu fai, ma in fondo se le condividi con le persone vedono che tu stai bene può essere per loro da stimolo affinchè anche gli altri, siano coinvolti “a sporcarsi le mani”.

Altra domanda interessante che ragazzi hanno fatto: «Ma voi dite sempre che avete avuto una chiamata ma Gesù mica arriva e vi dice entra in seminario; come è avvenuto tutto ciò?» Ognuno di loro ha dato una risposta differente ma la risposta che ci ha dato Gianmarco mi ha colpito: «Ognuno di noi ha una Vocazione (= chiamata) sia quella dell’Educatore sia quella del Matrimonio che quella del Sacerdozio… anche per voi ragazzi se dovesse arrivare quella vocazione, Gesù, non vi preoccupate, vi farà capire ciò che vorrà da voi.»

Nonostante fosse tardi, i ragazzi si sono fermati a parlare con loro; questo fa capire che l’incontro non è stata una formalità ma un segno di condivisione e crescita. (Corallo Premuroso)

“Appartenere a Cristo senza essere del gruppo degli Apostoli”

Nella Prima Lettura è riportato un episodio simile all’episodio del Vangelo di oggi, accaduto agli inizi del cammino del popolo d’Israele.

Giosuè è informato che due uomini qualunque, non facenti parte del gruppo dei settanta responsabili d’Israele e senza avere un apposito mandato, si sono messi a profetizzare. La sua reazione è immediata.

Corre arrabbiato e preoccupato da Mosé per chiedergli che impedisca ai due, che non fanno parte del gruppo prescelto, di parlare. Mosé risponde al giovane e zelante capo: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”(Nm 11, 29).

Nel brano del Vangelo, Giovanni, uno dei dodici che aveva taciuto, questa volta si fa avanti e con tono sicuro dice: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”.Povero Giovanni, non ha capito nulla! E Gesù, ancora una volta, raccoglie tutti e, con pazienza, li ammaestra e li corregge insegnando loro il modo di comprendere e di giudicare la vita.

Quel che preoccupa Giosuè, come pure Giovanni e gli altri discepoli (compresi molti di noi) non è la guarigione dei malati e la liberazione degli indemoniati, ma il proprio gruppo e la propria istituzione, o meglio il proprio interesse, le proprie idee prima dell’uomo: il malato può aspettare, la felicità può attendere.

Ma la “bella notizia” di Gesù non è un nuovo sistema di pensiero, è la risposta alla fame di più grande vita.

Il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione. Con decisione perciò Gesù risponde a Giovanni e agli altri: “Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi”.Il bene viene sempre da Dio. Chi aiuta i bisognosi, chi sostiene i deboli, chi conforta i disperati, chi esercita l’accoglienza, chi promuove l’amicizia, chi si adopera per la pace, chi è pronto al perdono, costui viene sempre da Dio.

Dio rompe ogni schema ed è presente dovunque c’è amore, bontà, pace e misericordia.

“Chiunque vi darà anche solo un bicchiere d’acqua nel mio nome, vi dico, non perderà la sua ricompensa”.

Per chi lo incontra, Cristo è la novità di un modo nuovo di comprendere, guardare, giudicare sé e la vita e, perciò anche un motivo nuovo e diverso nell’agire.

Se uno vi darà un bicchiere d’acqua spinto da questo motivo, “perché siete di Cristo”:significa che ogni cosa ha senso in rapporto a Cristo.

“Vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

È una promessa fantastica perché libera la vita dall’inutilità. Ogni istante, ogni parola, un’azione qualsiasi, anche la più banale, ripetitiva e faticosa: “anche i capelli del nostro capo sono tutti contati”. Davanti Dio tutto è importante, ha valore eterno: “non perderà la sua ricompensa”.

L’unico vero motivo per “far bene” tutto…è Cristo.

Gianmarco Medoro: “Ogni giorno voglio chiedere “Signore, oggi fammi essere il sacerdote che vuoi tu”

Oggi volge al termine la Missione Zonale del Seminario Pontificiodi Abruzzo e Molise che ha condotto dieci seminaristi qui a San Salvo. Di seguito la testimonianza della vocazione di Gianmarco Medoro, seminarista di Chieti nato il 15 novembre del 1995 che in questa settimana ha condiviso la vita nella parrocchia di san Giuseppe.

Mi racconti un po’ di te?

Sono il primo di due figli. Per nove anni sono stato un figlio unico, che tristezza era per me. I miei genitori avevano fatto quella scelta perché lavoravano entrambi. Grazie alle mie insistenze è arrivata mio fratello. Sono sempre stato un bambino buono anche se intraprendente e casciarone. Grazie a mio nonno che per 50 anni ha organizzato la festa del patrono del nostro quartiere, San Francesco Caracciolo, mi sono avvicinato alla parrocchia dove ho incontrato due figure importantissime per la mia vita: il parroco don Panfilo Argentieri e la catechista Graziella Iezzi. Sin da piccolo era un appassionato dei santini. MI affascinavano i colori e i modi con cui venivano raffigurati i santi, quegli elementi che li accompagnavano come spade, libri e simili. Ho cominciato il catechismo in prima elementare e don Panfilo sapendo che amavo i santini, ogni sabato mi regalava un paio di immaginette. Don Panfilo stava in parrocchia h24: entrava alle 6.30 del mattino e usciva alle 23.30. Non aveva bisogno di parlarmi di Gesù, riusciva a conquistarmi con la sua umanità travolgente. Graziella è per me una madre spirituale, anche se non ha figli carnali ha tantissimi figli spirituali. Di lei conquista il suo “stare” in parrocchia che fa sentire a casa. Riusciva a rendere così bello l’invito ad andare a messa la domenica mattina che ero io che andavo a svegliare i miei genitori per andarci.

La scelta di entrare in seminario quando è arrivata?

Io stavo spesso in parrocchia ed ero diventato un po’ il responsabile dei chierichetti. Il 29 giugno 2009 dovevamo festeggiare i 50 anni di sacerdozio di don Panfilo, era venuto anche l’arcivescovo Bruno Forte. Io stavo in sacrestia a preparare quanto serviva per la messa. A un certo punto mi sento chiamare dal vescovo “Gianmarco…”. All’inizio neanche l’avevo sentito. Mi richiama e mi dice: “Tra quindici giorni vai al campo vocazionale”. Avevo 13 anni, non sapevo che pensare. Era un mix tra l’irritato e il perplesso. “A me nessuno può dire cosa devo fare”. Ovviamente non dissi nulla e Padre Bruno mi mise in contatto con don Domenico Spagnoli per farmi partecipare a questo campo estivo. L’unica cosa che mi muoveva a partecipare era l’indipendenza che avrei avuto dai miei genitori per cinque giorni. Quel campo tenutosi a Pescopennataro nel luglio del 2009 fu fondamentale per la mia vita: ho capito con mente e cuore che Dio mi amava profondamente, mi voleva felice e voleva realizzare in me il suo progetto d’amore. Da allora ho sempre partecipato a questi campi vocazionali organizzati dalla diocesi.

Hai mai messo in discussione il discorso di diventare sacerdote?

Sì. Negli ultimi tre anni del liceo pedagogico. Ero diventato rappresentante d’istituto e presidente della Consulta provinciale studentesca. Affascinato da quei ruoli di potere e di leadership, ero entrato nell’ottica che volevo realizzarmi nel mondo della politica e/o dell’amministrazione. Aspiravo a diventare il sindaco di Chieti. In quel periodo anche se formalmente non mi sono mai allontanato dalla parrocchia perché la sentivo come una famiglia, il mio cuore si era allontanato. Nell’agosto del 2013 i responsabili dell’Unitalsi della mia parrocchia mi chiesero la disponibilità ad andare a Lourdes per fare servizio agli ammalati. Acconsentii e tra un servizio e l’altro, in un momento di preghiera nella grotta ho deciso di fare della mia vita un dono agli altri con il sacerdozio.

Quando hai ufficializzato questa scelta? Come hanno reagito gli altri?

I primi a cui l’ho detto sono stati ovviamente i miei genitori. In quel momento entrambi si erano ricordati di un fatto che avevano completamente rimosso: quando avevo un anno e mezzo, come fanno spesso i bambini mandavo i bacini alla statua di san Camillo De Lellis e nel vedermi un camilliano li avvicinò e disse: “questo bambino avrà la vocazione”.  Il 21 giugno del 2018 quando sono stato ammesso ai primi ordini sacri, don Panfilo si è avvicinato ai miei genitori per far loro gli auguri e loro “siamo noi che dobbiamo fare gli auguri a te e dirti grazie! Gianmarco è anche un tuo figlio”. L’annuncio ufficiale è stato dato per la prima volta a San Salvo in piazza san Vitale il 29 giugno 2014, durante la prima messa di don Andrea Manzone. Un amico che ho conosciuto in occasione della perdonanza celestiniana all’Aquila.

Che sacerdote ti piacerebbe diventare?

Uno che ogni giorno chiede “Signore oggi che sacerdote vuoi che sia?”. Per usare il discorso di Instagram: il Signore mette un Like alla nostra vita e sta a noi avere il coraggio di entrare sul suo profilo e schiacciare “Segui”. Dio è il nostro follower, ci precede nell’amore.

“Dopo la morte di Eugenio  ci siamo trovati a un bivio: la strada del dolore e quella del costruire qualcosa”

Il 28 settembre è stato presentato a San Salvo, l’associazione “La banda di Eugenio”, fondata lo scorso 1° luglio a San Salvo per portare avanti un progetto di “bene” come quello che ha “fatto” Eugenio Di Petta fino a due anni fa, quando è venuto a mancare in seguito a un ischemia celebrale.

La celebrazione eucaristica officiata da don Raimondo Artese nella chiesa di San Giuseppe è stato molto toccante. “Eugenio è stato un segno, perché era docile e riusciva ad entrare in empatia con le altre persone”. Durante l’offertorio sono stati portati dei simboli: la chitarra, la bibbia, il sasso e il legno, la luce, il fazzolettone scout e il logo della neo associazione “La banda di Eugenio”. Erano presenti, in perfetta uniforme, anche moltissimi dei ragazzi a cui Eugenio tanto ha dato sin da quando lo hanno conosciuto come lupetti.

Dopo la celebrazione c’è stato un momento conviviale presso la casa di pietra in contrada Ributtini a Cupello dove è stata presentata ufficialmente “La banda di Eugenio” costituita a luglio scorso.

“Due anni fa, ci siamo trovati di fronte ad un bivio da un lato la strada del dolore fine a se stesso dall’altra la strada che ci portava ad elaborare quel dolore per costruire qualcosa. Noi abbiamo scelto questa seconda ispirandoci al modo di pensare e vivere del nostro amico. Scegliendo così di elaborare quel dolore e trasformarlo in condivisione, prevenzione. Non è una associazione per commemorare ma di condivisione delle cose belle che Eugenio ci ha trasmessi” questo il commento del presidente dell’associazione Tommaso Mariani.

In quest’associazione gli amici di Eugenio Di Petta nonchè fondatori dell’associazione hanno coinvolto anche la moglie Rosita Ruggieri e la sua famiglia “Da subito abbiamo accolto l’invito. Noi che come coppia eravamo abituati a dare ora toccava ricevere. Grazie per il sostegno avuto in questi due anni“.

Il papà Vito ha ricordato “Quando Eugenio aveva 11/12 anni frequentava sia la parrocchia di San Nicola che il gruppo di don Raimondo quando tornava dalla curia. Un giorno mi disse “Voglio andare al gruppo di don Raimondo, perché don Piero va alle Dolomiti in albergo e non posso fare gli scherzi la sera, invece al campeggio di don Raimondo mi diverto con i miei amici”.

Il presidente, insieme ai genitori di Eugenio e Rosita hanno sollevato il velo posto sul Logo che era stato fatto benedire e spiegato durante la celebrazione in chiesa.

La serata si è conclusa con un conviviale organizzato dai soci e il canto molto caro a Eugenio “Signore delle cime” intonato dai ragazzi del clan e dai figli Andrea, Emanuele e Alessio.

Paolo Daniele Di Mattia, un ingegnere meccanico in seminario

Di seguito il racconto della vocazione di Paolo Daniele Di Mattia.

Chi era Paolo prima di entrare in seminario?

Sono nato nel 1975 in Canada perché i miei genitori vi erano emigrati per lavoro. Quando avevo 3 anni siamo tornati a Teramo nella nostra patria. Sono l’ultimo di cinque figli e dalla mia famiglia ho appreso il valore del lavorare con onestà e dando il meglio di sé. Assolto al “dovere” della cresima la chiesa per me era qualcosa di completamente indifferente. Dopo il liceo scientifico mi sono iscritto alla facoltà di Ingegneria meccanica perché era risaputo che offriva maggiori sbocchi lavorativi. Infatti da quando mi sono laureato non ho mai dovuto fare una domanda, sono sempre state le aziende a contattarmi. Mi sono laureato con il massimo dei voti. Ancora prima di laurearmi ebbi l’opportunità di andare in un importante azienda di Torino come progettista. Nonostante fosse un lavoro che intellettualmente dava un sacco di soddisfazioni mi sembrava freddo, fondamentalmente individualista. E io che comunque provenivo da una famiglia numerosa fatta anche di cognati e nipoti e con cui spesso e volentieri ci ritrovavamo tutti insieme attorno a uno stesso tavolo, mi mancavano i rapporti di condivisione umana.  Appena laureato mi chiamò una ditta di Sambuceto e accettai ad occhi chiusi: mi permetteva di riavvicinarmi a casa, stavo vicino al mare e mi si proponeva un lavoro in cui dovevo raccordare venti tecnici. Anche se ero il loro capo non mi sono mai messo su un piedistallo: come avevo appreso da mia madre nella gestione di noi cinque figli, cercavo di acquietare gli animi, far tacere le tensioni, mettermi in prima persona a fare qualcosa in più rispetto a quelli che erano i miei compiti. Ognuno dava il meglio di sé. Oltre a un ottimo stipendio avevo anche tanti benefit come appartamento, macchina, cellulare e simili. Come lavoro per me era perfetto. Dopo un po’ ebbi anche la possibilità di crescere ulteriormente: mi avevano affidato la gestione di una succursale. Solo che tra i responsabili che comunque doveva essere un mio subalterno c’era uno che non faceva bene il suo lavoro. Lo feci presente ai titolari ma loro mi risposero: “lui è un raccomandato, non lo possiamo né spostare e né licenziare”. A malincuore lasciai quell’ azienda: per me era inconcepibile una cosa del genere. Nel giro di pochissimo tempo sono stato contattato da un’azienda che doveva gestire la manutenzione dell’ospedale di Atri. Oltre al personale della mia azienda dovevo raccordare anche quelli della Asl che avevano a che fare con la manutenzione. Ironia della sorte dopo un po’ scoprii che una grossa fetta di loro erano dei raccomandati intoccabili.

Quando e come hai incontrato Gesù nella tua vita?

A 29 anni proprio nell’ospedale di Atri. Ero andato in cappella per distruggerla perché aveva degli spazi molto ampi ed era posizionato in un luogo strategico e ci si doveva costruire qualche altro reparto. Premetto che io non sapevo né chi era un cappellano e né che esisteva una messa quotidiana. Mentre stavo prendendo le misure, il cappellano mi chiamò: “ingegnere mi leggi la lettura per favore?”. Siccome nella platea c’erano solo due malati su una carrozzella e qualche vecchietta, acconsentii. Dovevo leggere il passo in cui Davide ordinava di uccidere il marito di Betsabea. In quel momento della mia vita che coltivavo rapporti anche con donne sposate mi colpì un sacco. “Ma c’è un Signore che si occupa anche di queste cose? In fondo questo libro racconta di fatti che sono successi tanto tempo fa e sono comunque così attuali?”. Siccome avevo un ruolo di grande responsabilità e potevo rispondere anche per errori di altri, per evitare rischi avevo preferito alloggiare lì. Con grande stupore di me stesso mi ritrovai a partecipare ogni giorno alla messa quotidiana della cappella e a leggere la bibbia sul cellulare. Nell’arco di un anno sono riuscito a leggerla tutta. Alcuni dei miei collaboratori si accorsero che qualcosa stava cambiando in me e una responsabile infermieristica che frequentava un gruppo del Rinnovamento mi regalò una bibbia. Tra i miei subalterni c’erano alcuni che vivevano la fede in maniera molto profonda ed erano anche stati capaci di perdonare l’imperdonabile. Queste persone mi incuriosivano molto. Io sono sempre stato una persona estremamente razionale e quella dimensione e bisogno di spiritualità mi stupirono profondamente e trasformarono anche i miei obiettivi lavorativi. Grazie anche a quelli che io chiamo i miei “barellieri”, in ospedale abbiamo applicato il vangelo alle nostre mansioni: ciò che facevamo non era più fine a se stesso ma a servizio dell’altro e soprattutto del malato. La cappella ovviamente poi non è stata distrutta ma restaurata.

E l’idea del seminario quando è arrivata?

Nel 2009 mi venne in mente che volevo spendermi per la chiesa. Non c’era l’idea del sacerdozio era più “voglio fare qualcosa per ma non so cosa”. Nell’estate 2014 mia mamma mi invitò a un pellegrinaggio a Medjugorie. Mi andai a confessare da un sacerdote irlandese che parlava perfettamente l’italiano. Rivelai la mia inquietudine del voler diventare sacerdote e del timore che un giorno potessi dare scandalo e del non ritenermi abbastanza santo per fare una cosa così grande. A un certo punto mi fece l’esempio di Gamaliele, il maestro di san Paolo e mi disse: “Vedi se è una cosa di Dio andrà avanti e porterà i suoi frutti”. Tornato in Italia andai dal mio vescovo per manifestare questo mio desiderio ma mi disse “Tu hai 39 anni e mezzo proprio in questi giorni abbiamo deciso di non accogliere seminaristi con più di 40 anni. Non abbiamo neanche il posto letto”. Al che ho pensato “Signore io ci ho provato si vede che non è così che ti devo servire”. Intanto, anche se mi avevano detto di no, istintivamente tergiversai  per un altro importantissimo lavoro da ingegnere che mi stavano proponendo. Dopo circa una settimana mi richiamano dal seminario e mi dicono “si è liberato un posto se lo vuoi ancora vieni”. E così eccomi qui! Sono previsti sette anni di seminario e finora ne ho fatti quattro. È questo un tempo lungo in cui siamo chiamati a studiare, riflettere, fare esperienze della vita sacerdotale con le parrocchie, il carcere, le prostitute, luoghi di povertà assoluta, e capire se questa è davvero la nostra vocazione. Il vangelo lo possiamo vivere in ogni contesto. Quando facciamo la scelta del sacerdozio, come uomini rinunciamo a un aspetto molto importante incardinata nell’essere umano: avere dei figli carnali. Questi sette anni ci aiutano a capire se riusciamo a elevare questo desiderio innato di paternità a una dimensione molto più elevata di una paternità spirituale di tantissimi figli.

Che sacerdote ti piacerebbe essere?

Che sa costruire una famiglia parrocchiale che sa accogliere e intrisa di carità evangelica.

Gli Arcangeli

Sabato 29  Settembre 2018

 

Commento del giorno : Catechismo della Chiesa cattolica

  • Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,47-51.

    In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».
    Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
    Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!».
    Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
    Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».
  • Gli Arcangeli vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati…Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano.Così Michele significa: Chi è come Dio, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.

Teatro in compagnia con la parrocchia di San Nicola

(Articolo di Lorenzo Saturni)

La Parrocchia di San Nicola-Vescovo a San Salvo ha pensato di offrire la possibilita’ gratuita di diventare attori e al tempo stesso fare teatro.

Il corso di recitazione avra’ inizio giovedi’ 4 ottobre presso l’auditorium Paolo sesto ed e’ curato da Rosanna Pacchioli e Francesca di Marco.Il teatro e’ un modo di stare tutti insieme ed e’ aperto ad adulti e ragazzi dai 14 anni.

Ed e’ un modo per conoscersi un po’ e parlare di se.Fare teatro e’ la scelta giusta per un ragazzo perche’ impara a coltivare le proprie emozioni e i propri e i propri sentimenti che abbiamo ognuno di noi.

Voglio ringraziare Rosanna Pacchioli e Francesca di Marco di aver pensato e ideato questo teatro dove ogni bambino possa far vedere le poprie doti agli altri.

Vorrei ringraziare don Beniamino Di Renzo per aver accettato sin da subito questo progetto. Il mio augurio e’ quello di continuare a fare attivita’ e progetti di questo tipo per l’inclusione dei bambini nei gruppi.

L’inclusione di un bambino e’ molto fondamentale per la loro crescita perche’ si sentono in contatto con le persone,magari non si conoscono e’ un buon modo per fare delle nuove amicizie e conservare quelle esistenti.La recitazione e’ anche un modo per vedersi personalmente e imparare assieme la propria parte con l’aiuto dell amico e dell amica per far si che il teatro avra’ successo.Per maggiori informazioni potete contattare Francesca di Marco al numero 33394157656.