Alessio Di Rocco : “dopo un tumore maligno al 4° stadio ogni giorno è un miracolo”

 

 

 

Questa è la storia di una coppia innamorata come tante altre Emanuela De Borrello e Alessio Di Rocco che condividono entrambi il cammino con la “Madonna del Silenzio” dopo la scoperta di un tumore al cervello maligno al 4° stadio.

Quando e come vi siete conosciuti?

Cinque anni fa al matrimonio di mio cugino. Sono stato conquistato dalla sua grande simpatia ed energia. Cominciammo subito a frequentarci e di lì a poco la cosa era diventata più seria.

Qual era il vostro rapporto con Dio?

Io andavo a messa e mi rivolgevo a Dio sempre ma soprattuto nei momenti del bisogno. A un certo punto della mia vita l’andare solo a messa la domenica non mi bastava più. Sentivo la necessità di qualcos’altro e siccome sapevo che la cugina di Alessio era responsabile di un gruppo di preghiera della “Madonna del Silenzio” a Vasto cominciai a chiedere informazioni in merito e iniziai a frequentare anch’io. Una volta a settimana ci riunivano ai Gabrielini a Vasto per pregare insieme il rosario con l’icona della “Madonna del Silenzio”. Più volte avevo invitato anche Alessio ma non ne voleva proprio sapere.(Emanuela)

Io credevo in Dio ma nutrivo una netta repulsione per la chiesa perché vedevo tutto ciò che di negativo c’era al suo interno e di cui sempre ci parlano i media. (Alessio)

Quando avete incontrato la malattia?

Considero il mio tumore come il tocco del male buono. Due anni fa il 4 giugno andai al pronto soccorso perché avevo avuto una prima crisi epilettica. Mi rimandarono a casa perché pensavano che non era niente e dopo 3 giorni ero di nuovo lì con un forte mal di testa e uno spasma al braccio. Si decisero a farmi una risonanza e da questa risultò che avevo una massa al cervello. Il primario dell’ospedale mi voleva mandare a Pescara. La sera mi misi a cercare su internet informazioni e in questa ricerca mi apparse il San Raffaele di Milano e anche il nome e tutte le informazioni di un dottore che prestava servizio in quest’ospedale, Nicola Boari. Nicola era anche il nome di un mio nonno a cui ero molto legato e che non c’era più. L’indomani lo contattai ma mi rispose una segretaria che mi riferì che solitamente il dottore non parlava al telefono coi pazienti ma mi disse: “Mi lasci il suo numero eventualmente le faccio sapere”. Passai una notte insonne anche se avevo sempre pensato che questa era una vita di passaggio avevo tanta paura e rabbia, “perché proprio a me?”. Mia cugina portò un sacerdote dell’Incoronata di Vasto per farmi confessare, Padre tonino Levita. Dopo quella confessione cominciai a cambiare atteggiamento nei confronti della chiesa. E cominciai a confidare nel Signore a recitare il rosario tutti i giorni e a trascorrere molto tempo nella cappella dell’ospedale. In stanza con me c’era un signore di 83 anni di Monteodorisio che aiutavo a mangiare e in altre piccole necessità. Quando arrivava la moglie, che aveva qualche anno in più rispetto al marito, non solo mi ringraziava ma mi portava da bere ogni mattina l’acqua del pozzo del Santuario della Madonna delle Grazie del suo paese. In questo piccolo gesto ci vedevo un segno della misericordia e della grandezza del Signore soprattutto perché sapevo che questa signora nonostante fosse anziana e non ce la facesse a camminare, doveva farsi un bel tragitto non comodo per procurarmi quell’ acqua. Il sacrificio di questa donna ha alimentato la mia voglia di lottare e di vivere.  Mi richiamò il dottor Boari in persona e mi disse che aveva necessità di vedere la risonanza prima di valutare eventuali e ulteriori controlli e operazione. I miei genitori andarono a Milano per portare la mia risonanza. Lo specialista mi fece ricoverare e dopo un’ora dall’arrivo già mi avevano fatto le prime analisi ed ero in stanza. Un’organizzazione e un’attenzione al paziente diverse rispetto a quella che avevo ricevuto in precedenza. Quando non ero impegnato con indagini e attività sanitarie, e anche dopo l’operazione su una sedia a rotelle, mi dividevo tra il rosario, assistere nelle piccole necessità gli altri pazienti dell’ ospedale e la cappella intitolata alla Madonna della Vita e che era aperta 24 su 24 e dove c’era il cappellano don Martino Antonini che era sempre disponibile.   Sentivo forte la necessità di rendermi utile a chi si trovava nella mia situazione. Nell’ospedale il mio sguardo era cambiato e vedevo anche la mia vita con una prospettiva diversa. Davanti a un bambino di 9 mesi con un tumore al cervello non potevo che ritenermi fortunato perché prima della malattia avevo avuto modo di vivere in 35 anni tantissime esperienze e di conoscere tantissima gente e una donna che mi amava e da amare. Quando tornai a casa ho cominciato anch’io afrequentare il gruppo di padre Emiliano insieme a Emanuela. A novembre ho seguito il “Corso del Silenzio” e in quella circostanza il fondatore del gruppo mi ha chiesto di diventare un responsabile e di fondare un nuovo gruppo a San Salvo. Il 21 febbraio abbiamo fondato un gruppo che si riunisce ogni mercoledì alle 21 presso la chiesa di San Nicola.

Hai mai chiesto il miracolo?

Continuo a fare le terapie e ogni due tre mesi faccio i controlli previsti in questi casi. Io già mi sento un miracolato e ogni mattina che apro gli occhi per me è un miracolo.

 

Fioriti: “quando i miei amici mi vogliono sfottere dicono che sono nato con la tonaca”

Don Nicola Fioriti, parroco della chiesa di San Marco Evangelista di Vasto, insieme agli altri sacerdoti Mario Pagan, Raimondo Artese,  Beniamino Di Renzo, Simone Calabria e Andrea Manzone, la domenica spezzerà la parola di Dio su Sansalvonet.  Di seguito una breve intervista.

Chi è Nicola Fioriti e come è nata la sua vocazione sacerdotale?

Sono di Tornareccio, sono nato il 25 ottobre del 1982 e sono il terzo di 4 figli. La mia vocazione sacerdotale è nata in maniera molto semplice nella vita ordinaria e quotidiana della parrocchia. I miei genitori bazzicavano il cammino del Rinnovamento Nello Spirito ma soprattutto vivevano intensamente la vita della parrocchia. Sono cresciuto in una famiglia in cui il quotidiano era intrecciato con una realtà di fede viva, semplice e bella. Frequentavo l’asilo delle suore Comboniane. Mi appassionavano i loro racconti su giraffe e simili e allo stesso tempo mi incuriosivano quando entravano nel dettaglio della vita missionaria e parlavano delle cose semplici e quotidiane che facevano in quei luoghi. Già alle elementari, quando la maestra mi aveva proposto il classico tema “cosa vuoi fare da grande”, io scrissi che volevo diventare sacerdote. Ad avvalorare questo mio desiderio ho avuto anche il bellissimo esempio e la testimonianza del nostro parroco di Tornareccio don Nicola Masciulli che mi ha accompagnato durante l’intero mio percorso vocazionale. Don Nicola prima di essere un buon sacerdote era un uomo in pace con se stesso, una persona retta, umile, discreta e soprattutto sempre presente. All’interno della parrocchia c’erano diversi cammini di fede (Rinnovamento, Neocatecumenali, Comunione e Liberazione) che don Nicola riusciva a coordinare e a tenere tutti uniti e concordi nel servizio nella parrocchia. In questo ambiente ho vissuto la mia infanzia e i miei primi anni di adolescenza. Mi sono semplicemente messo in ascolto di una chiamata. A 13 anni ho palesato la mia intenzione di diventare sacerdote ai miei genitori e ho intrapreso questo cammino. La mia vita è poi proseguita tra Chieti e Tornareccio fino all’ordinazione sacerdotale.

Il giorno in cui è stato ordinato sacerdote, cosa ha provato? Ricorda un passo della Parola di quel giorno che in qualche modo porta con lei? E dopo l’ordinazione ha intrapreso un percorso di studi particolare?

Io sono stato ordinato il 29 marzo del 2008. La mia emozione era immensa, non ci sono parole per descrivere quei momenti. Ho sempre sentito la condizione del sacerdozio come una mia seconda pelle, qualcosa che mi apparteneva fino in fondo. Anche se avevo sperimentato altri lavori sentivo che questi non mi appartenevano. Il Vangelo di quel giorno era il passo di san Tommaso che voleva “toccare per credere”. A questa parola sono molto legato. Tommaso era uno che voleva bene a Gesù e nel giorno in cui l’ha visto risorto era pieno di stupore. Lo stesso stupore che mi accompagna nella mia vita sacerdotale. La voglia di lasciarmi stupire giorno per giorno da Dio mi fa essere sempre aperto a tutto ciò che mi accade e soprattutto a tutte le persone che incontro.  Dopo l’ordinazione sacerdotale, in contemporanea agli incarichi che mi dava il Vescovo, ho frequentato un corso biennale di studio della “Liturgia”. Eravamo 90 studenti di cui solo 3 italiani. Lì ho incontrato dei corsisti davvero straordinari. C’era un sacerdote vietnamita che frequentava quel corso pur sapendo che gli sarebbero costati dieci anni di carcere al suo ritorno in patria.

Com’è il rapporto della Chiesa con il mondo di oggi?

Io lo vedo positivo. Purtroppo della Chiesa fanno scalpore solo le notizie di cronaca ma tante sono le grazie che vengono elargite al suo interno anche se queste spesso non si vedono. Quante persone vengono da noi per avere un supporto umano o anche semplicemente per essere ascoltate? E il mondo oggi ha tanto bisogno di questo.

Qual è la difficoltà più grande e la cosa più bella dell’essere sacerdote?

La difficoltà più grande può essere quella di stare accanto alla parrocchia, guidarla e camminarci insieme senza stravolgerla. La cosa più bella dell’essere un sacerdote è quella della “Grazia”. La vita di un prete è bella e riconciliata quando percepisce i segni della Grazia di Dio ossia della Provvidenza. Essere un semplice  strumento di Dio è una cosa davvero meravigliosa perché ti fa percepire che succedono cose belle nonostante te. Un prete conosce il cuore delle persone perché si lascia coinvolgere in prima persona da queste e condivide in pienezza con loro i momenti di gioia come anche quelli di tristezza.

 

Don Vincenzo, il prezioso collaboratore dei sacerdoti di San Salvo

Un elemento che accomuna le 3 parrocchie di San Salvo è il supporto, in alcune circostanze, di don Vincenzo Giorgio, in arte “don Cinzio”.

Mi racconti un po’ di te e di come è nata la tua vocazione al sacerdozio?

Io sono il secondo di 4 figli e sono nato a Minervino Murge il 1 aprile ma i miei genitori mi hanno iscritto all’anagrafe il 2 aprile perché pensavano che era brutto registrarmi nel giorno del “pesce d’aprile”. La nostra era una famiglia a contatto continuo e costante con la natura e la Provvidenza. Mia mamma mi raccontava di un episodio che poi si è rivelato profetico: quando ero ancora in fasce, durante la festa patronale del mio paese, il parroco aveva posto il suo berretto da sacerdote sul mio capo dicendo “questo si può fare prete”. Io sono cresciuto in parrocchia anche perché era un luogo di aggregazione dove si praticavano diverse attività come il teatro e lo sport. Oggi le mamme fanno le tassiste accompagnando i figli in diecimila posti, noi invece avevamo tutto lì. Finite le elementari le catechiste mi proposero di entrare in seminario. E così ho cominciato a frequentare le medie presso il seminario vescovile di Andria e poi il percorso scolastico e vocazionale a Molfetta. Durante questi anni ciascuno di noi veniva seguito da un padre spirituale che ci aiutava a comprendere se avevamo veramente la vocazione. Un sacco di ragazzi che sono entrati con me, chi prima e chi dopo, nel tempo hanno interrotto questo percorso perché hanno scoperto che questa non era la loro strada. Io invece ho sempre percepito questo percorso come qualcosa fatto apposta per me. Sono stato ordinato sacerdote l’8 luglio del 1973 presso la cattedrale di Minervino. Ho iniziato il mio ministero in una parrocchia di Andria. In contemporanea insegnavo religione alle scuole medie e alle superiori. Nel 1993 sono diventato parroco della chiesa madre di Minervino, la stessa in cui ero stato ordinato sacerdote e dove sono rimasto fino al mio pensionamento nel 2012.

Guardando a ritroso il tuo sacerdozio, cosa ha caratterizzato questo tuo ministero?

Non so se lo sai ma il mio nome d’arte è don Cinzio che è un appellativo che mi hanno dato quando conducevo una trasmissione religiosa in una delle 3 radio private del mio paese. Commentavo il vangelo e animavo dei giochi radiofonici molto seguiti anche dalle tantissime persone che erano migrate fuori. Negli anni ’80 era il boom delle emittenti televisive e anch’io, come sacerdote, utilizzai questo strumento per diffondere la Parola di Dio. E così sono salito sul campanile e ho montato le attrezzature per trasmettere programmi televisivi dalla Cattedrale. L’avevo chiamata “Teleradio Jesus”, una sorta di TRSP di don Stellerino. Era la gioia delle persone malate che non potevano venire in chiesa e di coloro che erano migrati all’estero.  Ero molto fortunato perché la chiesa era posizionata molto in alto e quindi il segnale veniva ben recepito. Mia mamma, nonostante fosse anziana faceva le riprese delle varie celebrazioni liturgiche, Quando c’erano le prime comunioni, regalavo alle famiglie una cassetta con la celebrazione di quell’evento così particolare per la vita dei loro figli. Nel 2006, con l’arrivo del digitale, tutto è diventato più complicato e costoso e quindi poi ho dovuto abbandonare questo progetto.

Come ti sei trovato qui a San Salvo?

Mi ci trovo grazie a mia sorella, il cui marito faceva il ferroviere nela stazione di Vasto- San Salvo. Frequento questa cittadina da circa 30 anni. Raggiunta l’età della pensione, mi sono detto “E ora che faccio?”. Nel mio paese c’è abbondanza di sacerdoti. Figurati in un paese di 9000 abitanti ci sono 5 parrocchie e 6 sacerdoti. Invece qui, con una popolazione di 20.000 abitanti ci sono solo tre parrocchie con 3 sacerdoti. Mi si struggeva il cuore vedere “tanta messe e pochi operai” e così mi sono detto: “qui posso essere di sicuro più utile che al mio paese”.  Ed ecco che, anche se ho scelto la parrocchia di san Giuseppe come punto di riferimento, quando Don Raimondo, don Mario e don Beniamino hanno bisogno di chi li possa sostituire nelle celebrazioni e nell’amministrare i vari sacramenti, io ci sono e posso essere loro da supporto! Sai una cosa che mi piacerebbe vedere in questa città? Un’unica grande celebrazione per gli eventi più importanti. Te lo immagini ad esempio la veglia di Natale celebrata in una grande tensostruttura capace di accogliere i fedeli di tutte e tre le parrocchie?

Catia, un’infermiera sette volte mamma

Catia Benvenuto è una donna originaria di Chieti che vive a San Salvo perché qui l’ha condotta l’amore.

Tutti la conoscono per il suo sorriso che parte dal cuore e per i suoi sette meravigliosi figli.

È nata nel febbraio del 1971 e ha trascorso buona parte della sua infanzia dalle suore Orsoline di Chieti poiché, all’epoca, erano le uniche che offrivano un servizio adeguato agli orari di lavoro della mamma. Catia conserva ancora i bei ricordi di quel periodo, i giochi nel cortile, le feste di carnevale in cui anche le suore indossavano una maschera per giocare con loro, le lezioni di danza ritmica, le rappresentazioni teatrali, le esposizioni delle tovagliette ricamate dai bambini, il “minimusical” inscenato davanti alla cattedrale e ogni istante del giorno della sua prima comunione.

Dopo l’istituto magistrale si è iscritta alla facoltà di informatica dell’Aquila semplicemente per uscire dall’ambiente familiare e cambiare città. Dopo aver sostenuto alcuni esami, ha approfittato del fatto che la mamma aveva deciso di avviare un’attività di vendita di pasta fresca per lasciare l’università.

Nel 1993 un’amica le ha proposto di provare il test d’ingresso per entrare nella Scuola per infermieri.  Ha superato il test e dopo tre anni è diventata un’infermiera professionale. Molti suoi professori erano rimasti colpiti dalla “teoria del sole” che aveva formulato in sede di esame scritto per il conseguimento del titolo conclusivo. Questa teoria affermava che il paziente doveva rappresentare il sole degli infermieri, in altre parole il centro su cui doveva ruotare l’assistenza infermieristica non solo da un punto di vista professionale ma anche e soprattutto umano.

Catia frequentava assiduamente i sacramenti ma pensava che c’era una dicotomia molto netta tra la chiesa e il quotidiano, “vado in chiesa ma fuori vivo secondo le regole del mondo” . In contemporanea al corso infermieristico, ha intrapreso un percorso di fede con il Rinnovamento nello Spirito grazie al quale ha scoperto che se si crede in Dio si vive il proprio quotidiano in un’ottica diversa. Quegli incontri erano frequentati anche da Padre Leone Campana, fratello della Beata Santina Campana.

Nel 1996, il gruppo l’ha inviata a un corso di formazione della musica e del canto a Ofena e in quella occasione ha conosciuto Roberto Mancini con il quale è convolata a nozze nel 1999. Da fidanzati si erano ripromessi di vivere il matrimonio nel totale abbandono a Dio, aperti alla vita e disposti ad andare in giro per il mondo ad annunciare la “lieta novella”.

Appena finito, il corso infermieristico è entrata a lavorare in una cooperativa che gestiva il servizio Adi (assistenza domiciliare integrata) dell’ospedale di Chieti. Usciva da casa alle sei del mattino e vi rientrava alle undici di sera. Tra i vari pazienti che assisteva c’erano anche molti malati terminali. Tra questi c’era Simona, una sua coetanea che le è entrata nel cuore e di cui ha una foto esposta nella sua sala, con un tumore avanzato alla gola.  All’inizio Catia aveva percepito che lei si era accorta della sua inesperienza . Simona le faceva sempre trovare un dolce fatto in casa. Dopo che è venuta a mancare, i genitori di Simona le avevano riferito che la figlia aveva espresso il desiderio di regalarle il suo telefonino visto che ne era sprovvista. Non le hanno dato quel telefonino perchè per loro era un ricordo, ma le hanno comprato un telefonino perfettamente uguale, il primo cellulare di Catia!

Appena diplomatasi in infermeria,  aveva partecipato a un concorso per infermieri in Emilia Romagna perché aveva il desiderio di trasferirsi in questa regione. Ha superato il concorso ma l’hanno immessa in ruolo dopo il matrimonio e la nascita del primo figlio e così nel 2000 la giovane famiglia si è trasferita a Modena. Roberto ha trovato subito lavoro grazie alla sua grande competenza nel settore auto. Dopo alcuni mesi Catia era in dolce attesa. Gestire la famiglia, la gravidanza e il lavoro era diventato troppo problematico. Non poteva ricorrere all’interdizione perché la sua non era una gravidanza a rischio e così si è licenziata e sono ritornati a San Salvo.

Oggi Catia e Roberto hanno sette figli e se le chiedi com’è la vita di una famiglia fatta di nove persone lei risponde: “Semplicemente meravigliosa. E’ normale che a volte avverta la stanchezza e che ci sono momenti in cui vado in tilt come tutti.  Viviamo le difficoltà e le gioie di una qualsiasi famiglia nelle varie fasi della vita dei figli. Il mio cuore esulta quando ci sediamo a tavola e ognuno racconta quanto gli è accaduto nella giornata o quando vedo i miei figli che vanno d’accordo e si aiutano a vicenda.  Molti mi dicono che questa mia scelta mi preclude di realizzarmi nel lavoro e di avere del tempo per me stessa ma non è così. Ultimamente ho anche imparato a suonare la chitarra frequentando un corso presso la scuola di musica di Lara Molino. Ho vissuto la mia giovinezza nella sua pienezza e in maniera serena e se prima l’andare in discoteca, qualche volta mi lasciava un senso di vuoto, oggi anche se arrivo a sera stanca morta e sembra quasi che non ho fatto niente, mi sento riempita nell’anima”.

Roberto, da metallaro a seguace di Cristo

Roberto Mancini è nato il 12 ottobre del 1966. I genitori, originari di Chieti, si erano sposati poiché lei era incinta, il classico matrimonio riparatore. Nel 1980 si trasferiscono a San Salvo dove il papà apre la terza carrozzeria del paese (le altre due erano D’Andrilli e Mastrovincenzo). Siccome chi passava vedeva le macchine vecchie parcheggiate sulla strada, cominciarono a chiederne i pezzi. Roberto,  vede l’affare e apre il primo sfascio a San Salvo.

I ricordi più belli di Roberto di quegli anni, sono di quando giocava in cortile con i suoi coetanei a nascondino, fionde, costruzione di carrettini con pezzi di tavola e ruote a sfere, uno manda l’uno, “mazze e chizz”, il gioco del fazzoletto ricamato, figurine. E poi stavano sempre a giocare a pallone sulla strada.

Nel 1980 i genitori si separano e Roberto viene cresciuto fondamentalmente dalla nonna paterna Nicoletta.

Dopo la terza media, si mette a lavorare nell’azienda del padre e nel giro di poco tempo, acquisisce una padronanza incredibile nello smontaggio dei pezzi delle macchine e di conseguenza, nella  conoscenza della loro meccanica. Le discoteche di allora il “Rio” e il “Sabrina”, erano le tappe fisse del sabato pomeriggio e della domenica sera. l suo cantante preferito era Vasco Rossi e la canzone “Siamo solo noi” rappresentava un po’ il suo stile di vita, come anche quello di molti suoi amici. Un freno per quella vita un po’ allo sbando era il lavoro allo sfascio.

Il bar Italia in via Trignina e “Lu fuculare” nei pressi della villa comunale erano i punti di ritrovo per i ragazzi e i giovani dell’epoca. Lì Roberto cominciò ad avvicinarsi alla musica e l’Heavy Metal divenne la sua passione.

In quegli anni la nonna, lo invita più volte al gruppo di preghiera del rinnovamento che si riuniva alla chiesetta della Madonna delle Grazie. Un giorno sentì una vocina che gli diceva “ma tu vacci, tanto che ti importa, qual è il problema?” e così andò e vi ritornò più volte.

Un giorno, dopo la preghiera doveva partire per andare a ballare a Rimini, si presentò dunque alla chiesetta con calzamaglia viola, maglia a canottiera, chiodo arancione e anfibi. Quell’immagine di Roberto, è ancora impressa nelle persone che vi erano presenti. Man mano diventa un abituè del Gruppo del Rinnovamento della Madonna delle Grazie.

Lì si trovava a suo agio e continuava ad andare in discoteca, ma con il Vangelo in mano. Nel 1992 fece il seminario di vita nuova per ricevere l’effusione (una conferma delle promesse battesimali e cresimali) che ricevette poi il 5 dicembre 1993.

Dal 5 dicembre 1993 e il 5 dicembre 1994 per Roberto fu un anno terribile fatto di sesso, droga e rock e roll. Conosce una ragazza atea e comunista di Lanciano, che poi rincontra il 17 luglio 1997 quando si reca in Australia con degli amici per un work-holiday (vacanza-lavoro).  Verso la fine del periodo di soggiorno, conosce una famiglia amica di quella dove alloggiava, che lo prese in simpatia e ogni domenica lo portavano con se a messa. Con loro ebbe l’occasione di conoscere la bellezza della famiglia, come non l’aveva mai vissuta.

Il 5 dicembre 1994 torna a San Salvo e al gruppo, e sceglie sempre più Gesù e di mettere in pratica i suoi insegnamenti, che però cozzavano con quelli della sua fidanzata. Da quando l’aveva lasciato la precedente ragazza svizzera aveva promesso di cercarsi una ragazza di fede e di non contravvenire a certe regole. In quell’anno aveva fatto l’esatto opposto.

Alcuni fratelli del gruppo si accorgono che aveva una bella voce e lo inviano a Ofena per un seminario di formazione della musica e del canto, occasione in cui conosce Catia Benvenuto di Chieti. Dopo quell’incontro apparentemente insignificante ognuno riprende la sua strada. I valori di Roberto e quelli della sua ragazza di Lanciano diventavano sempre più distanti e così si lasciano.

Successivamente Catia e  Roberto si rincontrano sempre nell’ambito del ministero della musica e del canto e nasce quell’amore vero che li fa convolare a nozze il 23 ottobre 1999. Da questo amore sono nati sette meravigliosi figli, l’ultima dei quali è nata nel fatidico giorno del 12/12/2012.

Don Matteo Gattafoni ‘novello’ sacerdote: “Dovrai essere testimone di gioia”

(Di seguito Articolo di Michele Tana pubblicato sul sito di Histonium.net)

Solenne ordinazione presbiterale, nella Cattedrale di San Giustino Chieti, di due giovani ‘novelli’ sacerdotidon Emilio Cacciagrano e don Matteo Gattafoni. Quest’ultimo, di Scerni, ha vissuto una parte significativa del suo percorso formativo nella comunità di Santa Maria Maggiore di Vasto e, dal prossimo 19 agosto, sarà alla guida, come parroco, di San Remigiodi Fara San Martino.

A presiedere la funzione il vescovo dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, assieme a gran parte dei sacerdoti del territorio diocesano ed al vescovo emerito di Trivento, monsignor Domenico Scotti.

Momenti intensi della celebrazione sono stati la presentazione e l’elezione dei due ordinandi, la successiva liturgia di ordinazione, l‘imposizione delle mani, la preghiera di ordinazione e la vestizione con gli abiti sacerdotali.

Il vescovo Forte ha avuto parole di stimolo e di conforto per don Matteo e don Emilio invitandoli ad essere anche e soprattutto “testimoni di gioia“.

Tra i presenti i sindaci di VastoScerni e Fara San Martino, assieme a numerosi rappresentanti delle rispettive comunità. E, alla fine, tanti abbracci e foto a ricordo di un pomeriggio indimenticabile.

Il giovane, di Scerni, si è formato negli ultimi tempi nella comunità di Santa Maria Maggiore a Vasto

Da Redazione Histonium.net

 

Nella Cattedrale di San Giustino Chieti, alle ore 17 di mercoledì 27 giugno, si terrà l’ordinazione sacerdotale di Matteo Gattafoni, di Scerni, giovane formatosi negli ultimi tempi nella comunità di Santa Maria Maggiore a Vasto.

Successive tappe saranno la celebrazione della sua prima Santa Messa, nella chiesa di Santa Maria della Strada a Scernigiovedì 28, e sabato 30 nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Qui di seguito un’intervista a don Matteo.

Come è nata la tua vocazione e quale ruolo ha avuto per la sua maturazione la tua famiglia e/o la tua comunità parrocchiale?
E’ sempre bello rispondere a questa domanda perché mi permette di ritornare all’emozione di quel giorno o giorni perché sono due. In realtà, come ho raccontato tante volte, un po’ come la storia di Abramo anche la mia storia vocazionale ha due “vocazioni”.  La prima quando avevo solo 7 anni. Era il mese di maggio del 1999. L’incontro con il mio parroco don Mario nella Chiesa della Madonna della Strada. Il dialogo con lui mi accese il cuore di gioia. Ci doveva essere dietro quel sacerdote “Qualcuno” che donava una gioia grande e volevo conoscerlo anche io e farne esperienza. E gli anni della giovinezza sono stati importanti proprio per riconoscere in quel “Qualcuno” il volto e il nome di Cristo. La seconda alcuni anni dopo quando ero più grande in primo superiore in un incontro dei ministranti a Miglianico con l’Arcivescovo. La testimonianza di un sacerdote riaccese in me il desiderio di farmi dono agli altri come prete. Il prete prima di essere tale è un uomo. Di questo ringrazio la mia famiglia che mi ha cresciuto ed educato a valori alti e veri e che, pur non capendo e condividendo da subito la mia decisione, mi ha accompagnato e sostenuto nel mio percorso di crescita e formazione in questi anni con pazienza e amore. Soprattutto mi hanno lasciato “libero” di seguire il sogno di Dio nella mia vita. Oltre alla mia famiglia sicuramente ha avuto un ruolo importante la mia Comunità Parrocchiale di Scerni dove sin da piccolissimo facevo il chierichetto, poi le esperienze come catechista e infine educatore nell’Azione Cattolica che è stata ed è per me la mia seconda famiglia. Il luogo dove ho imparato la “responsabilità e il servizio” ma soprattutto la casa dove il Signore mi ha donato di crescere nella mia vocazione e di vivere le più belle e vere amicizie.

Come hai vissuto gli anni del Seminario?
Devo dire che non è stato facilissimo. La nostalgia della famiglia e degli amici c’era. E non sono mancati neanche i momenti di prova. Anzi ce ne sono stati tanti. Come in ogni storia d’amore ci sono sempre gli alti e bassi ma non mi sono mai sentito solo. Ho sempre avvertito la presenza del Signore che mi aveva chiamato e mi voleva in quel posto per conoscerlo, capirlo e impararlo ad amare anche quando non riuscivo a capirlo. Sicuramente ci sono stati tanti bei momenti che ho vissuto insieme agli altri compagni condividendo una stessa vocazione e uno stesso percorso.

A quale modello di presbitero hai guardato? Quale modello di santità ti ha aiutato in questi anni?
In realtà a due: a don Mario che è stato il mio parroco per tanti anni e soprattutto lo strumento di cui il Signore si è servito per chiamarvi al sacerdozio e che mi ha insegnato “i segreti del mestiere” quelli che si possono apprendere solamente con l’esperienza: la pazienza, la tenerezza e la preghiera. E poi il Vescovo Alessandro, originario della mia Comunità Parrocchiale di Scerni vissuto tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, a cui sempre sin da bambino ho guardato come modello di uomo e pastore santo innamorato di Cristo e della Chiesa.

Come hai vissuto il tuo diaconato e in quale comunità hai fatto questa prima esperienza pastorale?
In questi mesi di vita diaconale, ho svolto il mio servizio pastorale con il caro don Domenico Spagnoli nella comunità di Santa Maria Maggiore in Vasto dove sono già da due anni. Con lui ho potuto apprendere che non è soltanto quello che faccio, ma il dono di me stesso, che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge e soprattutto la grande e tenera pazienza che deve abitare il cuore di un pastore. Ho cercato in questi mesi di essere testimone della segreta presenza del Cristo risorto a fianco di ogni persona facendomi compagno di viaggio di tutti coloro che il Signore ha messo sulla mia strada: giovani e adulti e di condividere con discrezione e affetto le loro speranze, le attese, e le amarezze.

Che cosa significa essere prete oggi?
Credo che debba essere un uomo di mansuetudine che continuamente intesse legami di comunione, un uomo di predicazione che testimonia e annuncia la bellezza di Dio nel nostro mondo e un uomo di tenerezza che rende presente l’amore di Dio per ogni creatura in ogni momento.

Cosa ti aspetti dalla comunità dove svolgerai il tuo ministero come presbitero?
Sono sincero non mi aspetto nulla di particolare ma ciò che Dio vorrà operare. Sono convinto che non sia la Comunità parrocchiale a doversi modellare sul sacerdote ma è il sacerdote che deve modellarsi sulla comunità parrocchiale che incontra e che serve. Mi aspetto di camminare insieme alla mia nuova Comunità parrocchiale di Fara San Martino per aprirci insieme alla novità dello Spirito e alla bellezza del Signore.

Come stai vivendo questo momento prima dell’ordinazione?
Con il cuore colmo di emozione perché è il sogno di un bambino che sta diventando realtà, di stupore perché è soprattutto il sogno di Dio che si sta realizzando nella mia vita, di gratitudine perché Dio ha custodito la mia vocazione con fedeltà e amore da sempre e l’ha portata a compimento.

Come si sta preparando la tua Comunità parrocchiale a questo evento?
Con grande emozione ed affetto anche perché sono quasi sessanta anni che non esce una vocazione sacerdotale da Scerni. Il mio parroco don Graziano ha organizzato un triduo di preghiera in preparazione all’ordinazione nei tre giorni precedenti sul tema della chiamata, della sequela e della missione. Anzi il mio grazie a lui per tutto quello che sta mettendo in piedi per questo evento con tanto affetto e passione.

Cosa consiglieresti a un giovane che si sente chiamato al sacerdozio?
Di non avere paura ma di “buttarsi” se sente nel suo cuore che Gesù lo chiama perché lui e fedele. Di amare il Signore e la Chiesa al di là di tutti i suoi problemi perché è bello essere nella comunità dei battezzati. Di amare l’essere umano al di là delle sue fragilità perché è la sfida che siamo chiamati a vivere come cristiani.

Possiamo dire che quindi sei pronto al grande giorno?
Eh sì. Posso dire di essere pronto. Mercoledì 27 giugno l’ordinazione sarà alle ore 17 nella Chiesa Cattedrale di San Giustino a Chieti. Giovedì 28 presiederò la mia Prima Messa a Scerni nel Santuario della Madonna della Strada dove tutto ha avuto inizio. Sabato 30 presiederò la Prima Messa nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Vasto per dire grazie alla bellissima comunità che mi ha accolto e voluto tanto bene in questi due anni tra di loro.
Vi aspetto. Pregate per me.

«Cerco un rapporto confidenziale con Dio»

Di seguito l’intervista a Fabrizio Ciurlia, un membro attivo dell’Azione Cattolica della parrocchia di San Nicola a San Salvo.

Qual è stato il tuo approdo alla fede e/o ci sono fatti o persone che ti hanno fatto credere in Dio?
Sono stato sempre accompagnato dai miei genitori in parrocchia. Un ruolo determinante hanno avuto i miei nonni. Un episodio particolare che conservo ancora nel cuore è questo: da bambino ero andato in campagna con mio nonno e lui mi portò a vedere una roccia piatta da cui fuoriusciva una piccola pianticella e mio nonno disse: “se Dio riesce a far crescere una pianta da una pietra è una dimostrazione che Dio esiste ed è grande.”

E il tuo approdo in azione cattolica?
Come tanti altri avevo Don Piero come professore di religione alle scuole medie e frequentavo la parrocchia. In particolare in occasione del meeting di solidarietà organizzato dalla parrocchia nel 1984 (un evento che ha portato a San Salvo personaggi di rilievo e tra questi Antonino Zichichi un grande scienziato di fama internazionale) vedevo un grande fermento e dei giovani appassionati che si davano da fare per la riuscita dell’evento. E mi chiedevo: “perché questi giovani spendono tempo, fanno tardi la sera e presto la mattina….?”.  questo perché mi ha fatto appassionare ancora di più alla parrocchia per ricercare il perché di tutto questo attivismo e voglia di fare. Spero di dare sempre il meglio di me nel cercare il perché della fede”

Qual è il tuo rapporto con Dio?
È un dialogo a volte arrabbiato, a volte più sereno, a volte di ringraziamento a volte più confuso. Molto spesso è un dialogo che torno a fare dopo aver taciuto per un po’ di tempo perché ho dato troppo tempo al fare. Cerco di guardare a  tutto ciò che faccio ogni giorno come a un qualcosa da realizzare e inserire in un disegno più grande e cerco di capire qual è il disegno di Dio.

Cosa pensi del fatto che sono sorti tanti cammini di fede?
Ogni cammino di fede ha una sua particolarità e in ogni particolarità c’è un valore da esaltare e non da denigrare. Ognuno nasce da un esigenza, da un bisogno e dalla voglia di cercare Dio attraverso una strada particolare. Il tutto sta nel cercare di armonizzare tra di loro i vari cammini e a pensare che ogni cammino è una ricchezza.

Con l’azione cattolica delle altre realtà parrocchiali di San Salvo, avete dei momenti di incontro?
Questo non c’è ancora stato. Forse perché noi abbiamo una storia un po’ più lunga , loro un po’ più corta. Per il momento ci siamo incontrati solo a livello diocesano. Nulla vieta che in futuro ci possano essere dei momenti di incontro soprattutto per quei momenti di festa previsti dall’azione cattolica.  Potrà essere un prossimo passo.

Da quanti anni sei presidente dell’azione cattolica della parrocchia?
Il mio primo mandato risale al 2011. Ogni mandato dura tre anni e da gennaio 2014 sono al secondo mandato.

Qual è la cosa più bella e la cosa un po’ più pesante di questo mandato?
La cosa più bella è andare a guardare la parrocchia non presa da un unico punto di vista che può essere quello del gruppo che ti interessa di più ma nella sua globalità dai bambini, giovanissimi, giovani adulti e anziani. E la cosa più bella è proprio il rapporto personale con tutte queste persone. Una cosa un po’ più brutta tra virgolette è una pesantezza pastorale nel senso non è facile seguire e dare tutto per tutti i gruppi e a volte mi dispiace quando un gruppo si sente trascurato e sento la responsabilità di non essermi accorto che quel gruppo sta soffrendo e allora cerco di fare in modo che questo gruppo riesca a vivere una sua esperienza di fede positiva.

C’è qualcosa che ti piacerebbe fare per far conoscere Dio a chi non lo conosce?
C’è una cosa che mi piacerebbe fare: io ho un bel ricordo della sede parrocchiale della vecchia chiesa con il portone su Corso Garibaldi sempre aperto e sempre pieno di bambini e ragazzi che giocavano e che spesso venivano solo per quel motivo e non frequentavano nemmeno l’azione cattolica. Chi passava vedeva il portone aperto e lo sguardo ce lo buttava sempre. Chi veniva aveva l’occasione di avere col parroco e con gli educatori un rapporto spontaneo, diretto. Il mio sogno sarebbe proprio quello di riaprire quel portone per offrire un luogo di incontro, una piazza, uno spazio in cui le persone in cui si possono incontrare e offrire l’ amicizia di Dio.

Secondo te l’azione cattolica ha un difetto?
Ne ha tanti ma uno in particolare è legato al fatto che a volte si lascia prendere dalla troppa burocrazia.

Qual’ è il tuo ricordo più bello di Don Piero?
Ne ho tanti di ricordi belli uno dei ricordi particolari era la vita quotidiana in parrocchia e soprattutto la sera quando finivano tutte le attività di parrocchia e ci si sedeva fuori a chiacchierare  insieme per parlare di noi, di quello che avevamo fatto il giorno e usciva un idea per un iniziativa o la soluzione per un problema.

C’è un insegnamento, una cosa di cui puoi dire questa cosa me l’ha insegnata don Piero?

Mi ha insegnato tante cose. In particolare mi ha imparato a guardare gli altri come persone in maniera diversa: non solo come persone che vivono con te una certa fetta della tua vita ma come persone che qualcuno ha messo sul tuo cammino ed avere un rapporto con loro proprio perché i nostri cammini si sono incrociati non per caso ma perchè Dio li mette nel nostro cammino. L’incrociare gli sguardi non è mai casuale ma fa parte di qualcosa di più grande

Angelo: “Sono vivo grazie al cuore di un diciottenne”

 

Di seguito una sintesi di una toccante testimonianza di Angelo Fabrizio, un uomo che è vivo per miracolo.

Cosa ricordi della tua infanzia e del tuo essere ragazzo e giovane sansalvese?

Io sono nato il 5 agosto del 1957 e con orgoglio rivendico il fatto di essere figlio di contadini, persone semplici, umili e generose che ti darebbero anche ciò che non hanno. Ero un ragazzo come tanti altri che amava stare in strada a giocare con gli amici. San Salvo era piccolissima e tutti si volevano bene. Con l’insediamento della Siv, mio padre, come tantissimi altri si era rivolto al politico di turno Vitale Artese per chiedergli di farlo entrare a lavorare in fabbrica ma lui gli rispose “ma tu hai la terra”. Ovviamente papà ci restò malissimo perché all’epoca aveva solo un piccolo appezzamento e che non rendeva abbastanza per soddisfare le esigenze della famiglia ma poi si rimboccò le maniche e intensificò la sua attività di agricoltore. Quella era l’epoca d’oro per le pesche a San Salvo e proprio grazie a ciò papà poté acquistare altri terreni e costruire anche casa. Io, intorno ai 15 anni, oltre che aiutare i miei genitori in campagna ho cominciato anche a lavorare nella Cooperativa Eurortofrutticola. Mi presero perché ero alto e l’altezza serviva perché c’era bisogno porre una sull’altra le cassette di legno sulle pedane. Quante schegge si ficcavano nelle mani! Le pesche venivano commercializzate anche fuori San Salvo e per farle giungere nella varie destinazioni le portavamo alla stazione e nei vagoni per avere l’effetto frigorifero e far conservare la frutta fino a destinazione rivestivamo le pareti dei vagoni con dei “lingotti di ghiaccio”, ognuna delle quali misurava un metro di altezza per circa 15 centimetri di profondità.

Come è proceduta in seguito la tua vita?

Nel 1977 insieme a un mio amico Angelo De Cinque, avevamo preso in gestione un consorzio agrario a Vasto ma lo tenemmo solo per qualche anno ossia fino al 1981 quando aprii un negozio di giardinaggio a Vasto. Ma questa scelta mi ha portato anche ad avere tanti debiti. Per fortuna nel frattempo avevo iniziato a fare anche lavori di giardinaggio e in seguito questo è diventato il mio lavoro prevalente. Nel 1977, durante una festa di compleanno a Vasto, ho anche conosciuto colei che è diventata mia moglie, Raffaella Bruno. Rimasi subito colpito dal suo viso dolce, delicato e senza trucco. Nel 1982 ci siamo sposati ma ben presto abbiamo scoperto che purtroppo non potevamo generare figli. Mia moglie che veniva da una famiglia di 4 figli aveva subito pensato di avviare delle pratiche di adozione ma io non volevo sia per orgoglio e sia perché ero anche avaro. Stava cominciando a nascere dell’astio tra di noi per questo motivo. Ma la nostra salvezza è stato il fatto che siccome mio suocero era un diacono, aveva cresciuto i figli con il senso del valore delle pratiche religiose. Infatti da quando ci siamo sposati, tutte le domeniche andavamo a messa. Ma io ci andavo solo per seguire mia moglie e non per fede. Una domenica restai colpito da un passo della bibbia che diceva: “Non è ancora il tempo, né il momento e né il luogo in cui tu possa ricevere questa parola e portare questo peso”. Di lì a qualche settimana ci furono delle testimonianze di persone che frequentavano il Cammino Neocatecumenale e chi aveva 5, chi 6 e chi 7 figli. Dopo aver ascoltato queste testimonianze, abbiamo cominciato a frequentare questo cammino e io mi sono deciso a condividere il desiderio di mia moglie di accogliere dei bambini a casa nostra. Era il 1984! Dopo ben 4 anni di burocrazia è arrivata la bellissima notizia che potevamo andarci a prendere “nostra figlia” a Santa Fè di Bogotá in Colombia. Aveva solo 7 giorni e somigliava un sacco a mia moglie. Eravamo felicissimi di questa scelta e subito abbiamo avviato le pratiche per un’altra adozione che è arrivata nel 1992. Stessa prassi e stessa immensa gioia. Questa volta era un maschietto di 25 giorni che aveva un qualcosa che lo faceva somigliare a me. Avevamo avviato anche una terza adozione ma lo stato del mio cuore che stava sempre peggio era un ostacolo per la burocrazia. Da sempre i nostri figli hanno saputo che erano figli che non avevamo generati ma che li amavamo immensamente.

Quando hai scoperto il tuo problema al cuore e quando sei arrivato al trapianto?

Quando avevo 7 anni, una mattina non mi sentivo le gambe e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Mamma all’inizio pensò che era una scusa per non andare a scuola ma poi si accorse che non era così e cominciammo a fare i primi accertamenti. Uno streptococco si era depositato nel cuore e aveva provocato un’insufficienza aortica che mi sono poi trascinato nel tempo. In seguito ho avuto una vita normale giocavo persino a pallone. Anche se mamma diceva “questo non lo devi fare, sei malato!”. Nel 1990 ho subito il primo intervento per la sostituzione della valvola aortica. Tutto è andato bene e sono andato avanti senza problemi per diverso tempo. A inizio 2003 durante uno dei controlli di routine mi hanno detto che il cuore si stava ingrossando troppo e che avevo bisogno urgente di un trapianto. Consultai anche un altro centro e ci accompagnò anche don Raimondo Artese. Il responso era lo stesso. Il 4 febbraio del 2003 (giorno del mio trapianto) sono rinato per la seconda volta e dopo di allora ho cambiato completamente prospettiva di vita. Io sono vivo grazie al cuore di una ragazzo diciottenne di Modena morto dopo un incidente. Sento che sono vivo per miracolo e che in qualche modo quel ragazzo continua a vivere insieme a me. Nei giorni di festa come Natale e Pasqua ho un gran magone perché questi sono i giorni deputati allo stare in famiglia e sento il dolore della famiglia di quel ragazzo. E così mi ritrovo ogni istante a ringraziare Dio per la mia vita, mia moglie, i miei due meravigliosi figli, i miei genitori e tutte le persone che mi vogliono bene e che amo.

Don Beniamino: “Signore, facciamo un patto: tu sei il Parroco e io il viceparroco”

Don Beniamino Di Renzo è un giovane sacerdote di soli 34 anni che da giovedì 7 settembre 2017 è stato insediato nella parrocchia di  San Nicola a San Salvo. Il suo paese di origine è San Martino sulla Marrucina. Ultimo di tre figli, nato il 23 maggio del 1984, da Ennio Di Renzo (prima ufficiale civile di marina imbarcato e poi direttore delle poste di Chieti) e Giuseppina Pompilio.
È stato ordinato sacerdote l’8 settembre del 2012 e ha celebrato la sua prima messa il 9 settembre 2012 e il 5 ottobre dello stesso anno è diventato parroco a Gessopalena dove è rimasto fino ad oggi.

Mi racconti un po’ di te e della tua scelta di diventare sacerdote?

Io sono nato in una famiglia in cui tutte le domeniche si andava a messa. Non si andava solo se si era malati. E anche i discorsi e le scelte che si facevano andavano nella stessa direzione. Siccome mia mamma lavorava come fisioterapista in ospedale, spesso stavo con la mia prozia Maria che
era una donna dalla grande fede che seppur non era sposata e non aveva figli era incredibilmente materna e viveva il senso più profondo della vita e della salvezza eterna. Spesso mi portava con sé in parrocchia per seguirne le varie attività. Siccome nei periodi estivi amavo andare a messa anche tutti i giorni molti mi dicevano di farmi sacerdote ma io mi arrabbiavo tantissimo e qualche volta ho anche risposto davvero male e chi “osava” dire una cosa del genere. Nella mia testa c’era l’idea di seguire l’esempio di mia nonna materna che divenne un’insegnante in ruolo grazie a un concorso che vinse a soli 16 anni ( classe 1906!). Gli ultimi due anni della sua vita li ha vissuti a casa nostra allettata. Io che avevo solo tre anni e ricordo ancora che le gironzolavo sempre intorno. E vivevo in pienezza ciò che lei rappresentava per la nostra famiglia anche nel periodo della malattia: non un peso ma una presenza viva e bella. Nonostante ero molto piccolo conservo un bellissimo ricordo di lei. Dalle testimonianze che avevo raccolto in paese sapevo che nonna considerava i suoi alunni dei figli da educare e non persone da indottrinare. Questo mi affascinava tantissimo. E così dopo aver conseguito il diploma di ragioneria nell’ottica dell’insegnamento mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Religiose a Chieti.

Io vivevo la chiesa come un fatto culturale e vitale che apparteneva al mio modo di essere. Ma ci fu un giorno, nel periodo natalizio, in cui mi misi a contemplare il presepe di casa e nel vedere la grotta illuminata mentre le altre luci erano spente mi venne da pensare ”Dio tu sei un Dio che ascolta e so che ascolti anche me in mezzo a tanti. Che bello significa che mi vuoi bene!”. Da allora ho cominciato a sostare tutti i giorni almeno una decina di minuti davanti al Santissimo senza dire una parola semplicemente per stare un po’ insieme a Lui.

Ciò nonostante continuavo a scartare l’idea del sacerdozio ancora di più quando entrai una volta in Seminario per andare a far visita a un amico, Angelo Di Prinzio. E quel giorno le mie “ultime famose parole furono “Io qui non metterò mai piede!”. Seppur vedevo il matrimonio come una cosa davvero bella e avevo anch’io avuto le mie sbandate per le ragazze, sentivo che non era per me e cominciavo a maturare l’idea che dovevo fare qualcosa di bello e grande per Dio e pensavo a qualche forma di celibato, massimo diaconato. Mi spaventava troppo l’idea di mettere la mia vita completamente nella mani di Dio.

Ma tra il 2007 e il 2008 successero tanti episodi che travolsero completamente questa mia idea. Ero già stato a Lourdes diverse volte ma a febbraio del 2007 vi tornai in occasione del 150° dalle apparizioni e andando a visitare la salma di Santa Bernadette vidi un immagine bellissima che mi colpì profondamente: il volto della santa, serena e beata. Scoppiai a piangere e chiesi: “ Se è nella volontà di Dio, aiutami a fidarmi completamente di Lui come hai fatto tu” . Stessa preghiera innalzai alla Madonna davanti alla grotta.” Nel giorno dell’ordinazione del mio amico Angelo (agosto 2007) mi avvicinai al vescovo Bruno Forte semplicemente per salutarlo come fanno tutti. Gli parlai un po’ di me e gli dissi che stavo frequentando Scienze religiose e lui quasi in maniera secca “Dio da te vuole qualcosa in più”. E fece segno al suo segretario (all’epoca Don Domenico Spagnolo) di darmi un bigliettino da visita del gruppo del discernimento vocazionale Samuel. Presi quel bigliettino, lo misi in tasca e lo riposi in un comodino. A ottobre mi dissi “devo sapere cosa vuole Dio da me” e chiamai quel numero nella convinzione che non sarebbe stata la mia strada. Chiamai e mi convocarono per il giorno dopo a San Giovanni In Venere a Fossacesia. E da lì è cominciata a maturare in me l’idea di entrare in seminario che rivelai alla mia famiglia solo nel luglio del 2008.

Oltre alla tua famiglia ci sono delle persone che porti nl cuore e che ti hanno aiutato a maturare questa scelta?

Di sicuro la mia prozia Maria e i due sacerdoti che hanno guidato la parrocchia del mio paese negli anni cruciali della mia vita, l’indiano don Ignazio Amaladas e don Antonio Di Francescomarino. Entrambi con una spiritualità straordinaria ma anche ferma. Quest’ultimo in particolare prima di essere un sacerdote era semplicemente un cristiano sempre nella gioia e sempre col sorriso fino all’ultimo quando un tumore al pancreas lo ha portato via l’11 giugno del 2008. Aveva dei modi molto signorili , di una profonda gentilezza verso tutti senza alcuna distinzione. Mi sconvolse il suo modo di affrontare la malattia e vedendolo sempre più deperire mi chiedevo “ma come fa a restare così tranquillo?”. Era una persona molto autorevole ed era l’unico a cui non osavo rispondere in malo modo quando mi diceva di farmi sacerdote e ancora maturavo quell’idea. A febbraio del 2008 quando l’andai a trovare gli avevo rivelato la mia volontà di entrare in seminario. E lui esclamò “Finalmente!” I suoi funerali furono celebrati il 13 giugno del 2008 nella cattedrale di Chieti dal Vescovo Bruno Forte che in quell’occasione mi disse “un santo sacerdote è volato in cielo, un altro si prepara a dire messa”.

Come hai vissuto la tua prima esperienza da parroco?

Ho chiesto al Signore: “Se tu che mi hai voluto qui! Facciamo un patto Tu sarai il parroco e io il tuo viceparroco”. E così è stato. Umanamente a tutti fa piacere avere il plauso degli altri e questa sensazione di essere stato un semplice strumento nelle mani di Dio, mi aiuta a non entrare in superbia. Nel giorno in cui mi hanno salutato a Gessopalena e guardandomi intorno, mi sono reso conto che sono state fatte tante cose ma non me ne sento responsabile. La cosa più bella, e di cui non mi sento artefice, è stato quando un parrocchiano mi ha detto “grazie a te mi sono riavvicinato a Dio”.