Catia, un’infermiera sette volte mamma

Catia Benvenuto è una donna originaria di Chieti che vive a San Salvo perché qui l’ha condotta l’amore.

Tutti la conoscono per il suo sorriso che parte dal cuore e per i suoi sette meravigliosi figli.

È nata nel febbraio del 1971 e ha trascorso buona parte della sua infanzia dalle suore Orsoline di Chieti poiché, all’epoca, erano le uniche che offrivano un servizio adeguato agli orari di lavoro della mamma. Catia conserva ancora i bei ricordi di quel periodo, i giochi nel cortile, le feste di carnevale in cui anche le suore indossavano una maschera per giocare con loro, le lezioni di danza ritmica, le rappresentazioni teatrali, le esposizioni delle tovagliette ricamate dai bambini, il “minimusical” inscenato davanti alla cattedrale e ogni istante del giorno della sua prima comunione.

Dopo l’istituto magistrale si è iscritta alla facoltà di informatica dell’Aquila semplicemente per uscire dall’ambiente familiare e cambiare città. Dopo aver sostenuto alcuni esami, ha approfittato del fatto che la mamma aveva deciso di avviare un’attività di vendita di pasta fresca per lasciare l’università.

Nel 1993 un’amica le ha proposto di provare il test d’ingresso per entrare nella Scuola per infermieri.  Ha superato il test e dopo tre anni è diventata un’infermiera professionale. Molti suoi professori erano rimasti colpiti dalla “teoria del sole” che aveva formulato in sede di esame scritto per il conseguimento del titolo conclusivo. Questa teoria affermava che il paziente doveva rappresentare il sole degli infermieri, in altre parole il centro su cui doveva ruotare l’assistenza infermieristica non solo da un punto di vista professionale ma anche e soprattutto umano.

Catia frequentava assiduamente i sacramenti ma pensava che c’era una dicotomia molto netta tra la chiesa e il quotidiano, “vado in chiesa ma fuori vivo secondo le regole del mondo” . In contemporanea al corso infermieristico, ha intrapreso un percorso di fede con il Rinnovamento nello Spirito grazie al quale ha scoperto che se si crede in Dio si vive il proprio quotidiano in un’ottica diversa. Quegli incontri erano frequentati anche da Padre Leone Campana, fratello della Beata Santina Campana.

Nel 1996, il gruppo l’ha inviata a un corso di formazione della musica e del canto a Ofena e in quella occasione ha conosciuto Roberto Mancini con il quale è convolata a nozze nel 1999. Da fidanzati si erano ripromessi di vivere il matrimonio nel totale abbandono a Dio, aperti alla vita e disposti ad andare in giro per il mondo ad annunciare la “lieta novella”.

Appena finito, il corso infermieristico è entrata a lavorare in una cooperativa che gestiva il servizio Adi (assistenza domiciliare integrata) dell’ospedale di Chieti. Usciva da casa alle sei del mattino e vi rientrava alle undici di sera. Tra i vari pazienti che assisteva c’erano anche molti malati terminali. Tra questi c’era Simona, una sua coetanea che le è entrata nel cuore e di cui ha una foto esposta nella sua sala, con un tumore avanzato alla gola.  All’inizio Catia aveva percepito che lei si era accorta della sua inesperienza . Simona le faceva sempre trovare un dolce fatto in casa. Dopo che è venuta a mancare, i genitori di Simona le avevano riferito che la figlia aveva espresso il desiderio di regalarle il suo telefonino visto che ne era sprovvista. Non le hanno dato quel telefonino perchè per loro era un ricordo, ma le hanno comprato un telefonino perfettamente uguale, il primo cellulare di Catia!

Appena diplomatasi in infermeria,  aveva partecipato a un concorso per infermieri in Emilia Romagna perché aveva il desiderio di trasferirsi in questa regione. Ha superato il concorso ma l’hanno immessa in ruolo dopo il matrimonio e la nascita del primo figlio e così nel 2000 la giovane famiglia si è trasferita a Modena. Roberto ha trovato subito lavoro grazie alla sua grande competenza nel settore auto. Dopo alcuni mesi Catia era in dolce attesa. Gestire la famiglia, la gravidanza e il lavoro era diventato troppo problematico. Non poteva ricorrere all’interdizione perché la sua non era una gravidanza a rischio e così si è licenziata e sono ritornati a San Salvo.

Oggi Catia e Roberto hanno sette figli e se le chiedi com’è la vita di una famiglia fatta di nove persone lei risponde: “Semplicemente meravigliosa. E’ normale che a volte avverta la stanchezza e che ci sono momenti in cui vado in tilt come tutti.  Viviamo le difficoltà e le gioie di una qualsiasi famiglia nelle varie fasi della vita dei figli. Il mio cuore esulta quando ci sediamo a tavola e ognuno racconta quanto gli è accaduto nella giornata o quando vedo i miei figli che vanno d’accordo e si aiutano a vicenda.  Molti mi dicono che questa mia scelta mi preclude di realizzarmi nel lavoro e di avere del tempo per me stessa ma non è così. Ultimamente ho anche imparato a suonare la chitarra frequentando un corso presso la scuola di musica di Lara Molino. Ho vissuto la mia giovinezza nella sua pienezza e in maniera serena e se prima l’andare in discoteca, qualche volta mi lasciava un senso di vuoto, oggi anche se arrivo a sera stanca morta e sembra quasi che non ho fatto niente, mi sento riempita nell’anima”.

Roberto, da metallaro a seguace di Cristo

Roberto Mancini è nato il 12 ottobre del 1966. I genitori, originari di Chieti, si erano sposati poiché lei era incinta, il classico matrimonio riparatore. Nel 1980 si trasferiscono a San Salvo dove il papà apre la terza carrozzeria del paese (le altre due erano D’Andrilli e Mastrovincenzo). Siccome chi passava vedeva le macchine vecchie parcheggiate sulla strada, cominciarono a chiederne i pezzi. Roberto,  vede l’affare e apre il primo sfascio a San Salvo.

I ricordi più belli di Roberto di quegli anni, sono di quando giocava in cortile con i suoi coetanei a nascondino, fionde, costruzione di carrettini con pezzi di tavola e ruote a sfere, uno manda l’uno, “mazze e chizz”, il gioco del fazzoletto ricamato, figurine. E poi stavano sempre a giocare a pallone sulla strada.

Nel 1980 i genitori si separano e Roberto viene cresciuto fondamentalmente dalla nonna paterna Nicoletta.

Dopo la terza media, si mette a lavorare nell’azienda del padre e nel giro di poco tempo, acquisisce una padronanza incredibile nello smontaggio dei pezzi delle macchine e di conseguenza, nella  conoscenza della loro meccanica. Le discoteche di allora il “Rio” e il “Sabrina”, erano le tappe fisse del sabato pomeriggio e della domenica sera. l suo cantante preferito era Vasco Rossi e la canzone “Siamo solo noi” rappresentava un po’ il suo stile di vita, come anche quello di molti suoi amici. Un freno per quella vita un po’ allo sbando era il lavoro allo sfascio.

Il bar Italia in via Trignina e “Lu fuculare” nei pressi della villa comunale erano i punti di ritrovo per i ragazzi e i giovani dell’epoca. Lì Roberto cominciò ad avvicinarsi alla musica e l’Heavy Metal divenne la sua passione.

In quegli anni la nonna, lo invita più volte al gruppo di preghiera del rinnovamento che si riuniva alla chiesetta della Madonna delle Grazie. Un giorno sentì una vocina che gli diceva “ma tu vacci, tanto che ti importa, qual è il problema?” e così andò e vi ritornò più volte.

Un giorno, dopo la preghiera doveva partire per andare a ballare a Rimini, si presentò dunque alla chiesetta con calzamaglia viola, maglia a canottiera, chiodo arancione e anfibi. Quell’immagine di Roberto, è ancora impressa nelle persone che vi erano presenti. Man mano diventa un abituè del Gruppo del Rinnovamento della Madonna delle Grazie.

Lì si trovava a suo agio e continuava ad andare in discoteca, ma con il Vangelo in mano. Nel 1992 fece il seminario di vita nuova per ricevere l’effusione (una conferma delle promesse battesimali e cresimali) che ricevette poi il 5 dicembre 1993.

Dal 5 dicembre 1993 e il 5 dicembre 1994 per Roberto fu un anno terribile fatto di sesso, droga e rock e roll. Conosce una ragazza atea e comunista di Lanciano, che poi rincontra il 17 luglio 1997 quando si reca in Australia con degli amici per un work-holiday (vacanza-lavoro).  Verso la fine del periodo di soggiorno, conosce una famiglia amica di quella dove alloggiava, che lo prese in simpatia e ogni domenica lo portavano con se a messa. Con loro ebbe l’occasione di conoscere la bellezza della famiglia, come non l’aveva mai vissuta.

Il 5 dicembre 1994 torna a San Salvo e al gruppo, e sceglie sempre più Gesù e di mettere in pratica i suoi insegnamenti, che però cozzavano con quelli della sua fidanzata. Da quando l’aveva lasciato la precedente ragazza svizzera aveva promesso di cercarsi una ragazza di fede e di non contravvenire a certe regole. In quell’anno aveva fatto l’esatto opposto.

Alcuni fratelli del gruppo si accorgono che aveva una bella voce e lo inviano a Ofena per un seminario di formazione della musica e del canto, occasione in cui conosce Catia Benvenuto di Chieti. Dopo quell’incontro apparentemente insignificante ognuno riprende la sua strada. I valori di Roberto e quelli della sua ragazza di Lanciano diventavano sempre più distanti e così si lasciano.

Successivamente Catia e  Roberto si rincontrano sempre nell’ambito del ministero della musica e del canto e nasce quell’amore vero che li fa convolare a nozze il 23 ottobre 1999. Da questo amore sono nati sette meravigliosi figli, l’ultima dei quali è nata nel fatidico giorno del 12/12/2012.

Venerdì 29 giugno Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 16,13-19. 

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».
Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

“Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”

Antonio De Luca ci racconta come è nata e che cos’è  “Gerico”

Il 28 ottobre 1995 è nata l’Associazione di Volontariato Gerico, la costola caritatevole della parrocchia di San Nicola. Antonio De Luca, il presidente dell’associazione ci racconta come è nata e come si è evoluta una realtà bella di San Salvo che “vive” da 23 anni.

Perché e come è nata l’Associazione Gerico?

È nata 22 anni fa su ispirazione dell’allora parroco di San Nicola Don Piero Santoro, Maria Giulia Moretta e tante altre persone che davano una mano in parrocchia. Prima di allora esistevano solo l’Azione Cattolica e la Caritas parrocchiale che esiste in tutte le parrocchie. Di attività di volontariato se ne facevano tantissime e spesso non arrivavamo a soddisfare tutte le necessità che ci si prospettavano. E così è nata la volontà di creare un’associazione che avesse come finalità esclusiva quella di aiutare il nostro prossimo più vicino e di farlo con una progettualità efficace e in più riuscisse, in qualche modo, anche a dare un messaggio forte all’intera città. Inoltre mentre prima tutte le attività di volontariato della parrocchia erano svolte fondamentalmente da chi frequentava l’Azione Cattolica dopo hanno avuto modo di aggiungersi a vario titolo anche persone un po’ esterne a questa realtà di cammino. Il “fare del bene al prossimo” ha acquisito così una identità tutta sua ed è diventata una vera “chiamata” per crescere nella scuola dell’amore di Dio per ciascun uomo.  Infatti dopo che abbiamo creato l’associazione molti hanno cominciato a dirci “io non posso venire ai vostri incontri ma se vi posso essere di aiuto in qualcosa, contate pure su di me”. E così ad esempio c’era l’infermiera che si prestava ad andare a fare delle punture a chi non se le poteva permettere ma ne aveva bisogno, l’insegnante in pensione che si prestava ad aiutare piccoli studenti, chi si rendeva diponibile per regalare un’ora del proprio tempo per stare con anziani, disabili, e tantissime altre forme di aiuto, ognuno nel suo piccolo secondo le proprie disponibilità umane e materiali. All’inizio avevamo istituito anche una “banca del tempo” grazie alla quale tutti potevano mettere a disposizione un’ora per l’aiuto al prossimo.

Come si è evoluta l’associazione in questi ventidue anni di attività?

Nonostante sono passati tutti questi anni il cuore è rimasto lo stesso ed è quello della “chiamata” al servire il Regno di Dio nel senso più profondo del termine. Nella sostanza e praticamente si è evoluta andando ad affinare molte attività. Una nota molto importante in questo processo di trasformazione è stata sicuramente la formazione. Quando si aiuta chi è nel bisogno occorre farlo in un certo modo e a volte molte cose possono essere scontate ma non lo sono e allora il sapere e il conoscere aiuta! Una delle principali attività di Gerico è senza ombra di dubbio il “centro di ascolto” che ci permette di raccogliere i fabbisogni di chi è in difficoltà e poi in base a queste agire in raccordo con il parroco e la parrocchia. Ci sono degli eventi che per noi sono forme di “educazione alla carità ed alla pace nella comunità e nella città” e sono: “Gerico in festa” (che festeggeremo domani leggi), un evento che abbiamo aggiunto dopo che è venuta a mancare Maria Giulia Moretta; “la tombolata della carità e dell’accoglienza”; “la festa del rifugiato”; “il capodanno in comunità” e “il carnevale in famiglia”. Come sempre i volontari di Gerico continuano a gestire il centro di distribuzione di alimenti e di beni di prima necessità a chi ne ha bisogno e a soddisfare ogni esigenza in cui è possibile dare una mano. Una cosa nuova e bella che abbiamo introdotto da qualche anno è il corso di alfabetizzazione della lingua italiana.

C’è un motto che in qualche modo identifica Gerico?

Sì è un frase di don Pino Puglisi “Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”. Abbiamo molti motivi per ringraziare Dio ma quando stai a contatto con chi è nel bisogno ti rendi conto che c’è anche da rimboccarsi le maniche e lavorare insieme agli altri affinchè diventi concretezza il desiderio di Dio: ai suoi occhi siamo tutti fratelli e quindi ci dobbiamo fare prossimi l’uno dell’altro.

Don Matteo Gattafoni ‘novello’ sacerdote: “Dovrai essere testimone di gioia”

(Di seguito Articolo di Michele Tana pubblicato sul sito di Histonium.net)

Solenne ordinazione presbiterale, nella Cattedrale di San Giustino Chieti, di due giovani ‘novelli’ sacerdotidon Emilio Cacciagrano e don Matteo Gattafoni. Quest’ultimo, di Scerni, ha vissuto una parte significativa del suo percorso formativo nella comunità di Santa Maria Maggiore di Vasto e, dal prossimo 19 agosto, sarà alla guida, come parroco, di San Remigiodi Fara San Martino.

A presiedere la funzione il vescovo dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, assieme a gran parte dei sacerdoti del territorio diocesano ed al vescovo emerito di Trivento, monsignor Domenico Scotti.

Momenti intensi della celebrazione sono stati la presentazione e l’elezione dei due ordinandi, la successiva liturgia di ordinazione, l‘imposizione delle mani, la preghiera di ordinazione e la vestizione con gli abiti sacerdotali.

Il vescovo Forte ha avuto parole di stimolo e di conforto per don Matteo e don Emilio invitandoli ad essere anche e soprattutto “testimoni di gioia“.

Tra i presenti i sindaci di VastoScerni e Fara San Martino, assieme a numerosi rappresentanti delle rispettive comunità. E, alla fine, tanti abbracci e foto a ricordo di un pomeriggio indimenticabile.

Giovedì 28 giugno Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,21-29.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?
Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento:
egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Tutto è pronto per la PARTITA DI CALCIO SOLIDALE organizzata da Gerico – Caritas della Parrocchia di San Nicola

“L’idea – afferma Don Beniamino – è quella di vivere un momento gioioso di integrazione, lo sport ha in se una grande forza di inclusione che vorremmo diventasse contagiosa anche nel quotidiano! Quando è stato proposto ai nostri amici del centri di accoglienza di San Salvo e Lentella e della Comunità Papa Giovanni XXIII di Vasto di giocare insieme a calcio la risposta è stata entusiastica; questo ENTUSIASMO vogliamo raccogliere e raccontare alla comunità e a tutta la città!!!!”

CALCIO SOLIDALE – “Quando lo sport è integrazione” è uno degli eventi pensati da Gerico nell’ambito del progetto ACCOGLIERE PROTEGGERE PROMUOVERE INTEGRARE che ha la finalità di creare dei momenti di condivisione del viaggio comune della vita e di conoscenza della storia e dei volti di chi è partito lasciando tutto nella speranza di una vita migliore più degna per sé e per i propri cari.

L’evento vissuto il 20 giugno in occasione della FESTA DEL RIFUGIATO è stato un successo non tanto per le numerose presenze, ma quanto per la gioia e la serenità che si è respirata nell’aria e per la voglia di vivere insieme questo squarcio di tempo e spazio in cui ci troviamo, lontano da paure e fobie che qualcuno vorrebbe imporre a nuove e vecchie generazioni di un Italia che invece nella sua storia è sempre stata accogliente e che mai ha ceduto il passo al razzismo e alla chiusura egoistica.

Il 29 giugno alle 19.30 presso lo STADIO DI VIA STINGI ci sarà una partita all’insegna dell’Amicizia e della Fiducia in un mondo Globale e Solidale e per ribadire la volontà e l’impegno di tutti affinché questo sia davvero possibile prima del calcio di inizio tutti i presenti reciteranno insieme un pensiero interreligioso per la pace.

Ultimo evento previsto nel progetto “ACCOGLIERE PROTEGGERE PROMUOVERE INTEGRARE” è lo spettacolo “CITTADINI DEL MONDO” che si terrà il 07 luglio alle ore 19.30 e che segna la fine del laboratorio teatrale di integrazione culturale che i bambini dell’Azione Cattolica Ragazzi con i bambini provenienti da altre parti del mondo stanno vivendo già dal mese di maggio.

Il giovane, di Scerni, si è formato negli ultimi tempi nella comunità di Santa Maria Maggiore a Vasto

Da Redazione Histonium.net

 

Nella Cattedrale di San Giustino Chieti, alle ore 17 di mercoledì 27 giugno, si terrà l’ordinazione sacerdotale di Matteo Gattafoni, di Scerni, giovane formatosi negli ultimi tempi nella comunità di Santa Maria Maggiore a Vasto.

Successive tappe saranno la celebrazione della sua prima Santa Messa, nella chiesa di Santa Maria della Strada a Scernigiovedì 28, e sabato 30 nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Qui di seguito un’intervista a don Matteo.

Come è nata la tua vocazione e quale ruolo ha avuto per la sua maturazione la tua famiglia e/o la tua comunità parrocchiale?
E’ sempre bello rispondere a questa domanda perché mi permette di ritornare all’emozione di quel giorno o giorni perché sono due. In realtà, come ho raccontato tante volte, un po’ come la storia di Abramo anche la mia storia vocazionale ha due “vocazioni”.  La prima quando avevo solo 7 anni. Era il mese di maggio del 1999. L’incontro con il mio parroco don Mario nella Chiesa della Madonna della Strada. Il dialogo con lui mi accese il cuore di gioia. Ci doveva essere dietro quel sacerdote “Qualcuno” che donava una gioia grande e volevo conoscerlo anche io e farne esperienza. E gli anni della giovinezza sono stati importanti proprio per riconoscere in quel “Qualcuno” il volto e il nome di Cristo. La seconda alcuni anni dopo quando ero più grande in primo superiore in un incontro dei ministranti a Miglianico con l’Arcivescovo. La testimonianza di un sacerdote riaccese in me il desiderio di farmi dono agli altri come prete. Il prete prima di essere tale è un uomo. Di questo ringrazio la mia famiglia che mi ha cresciuto ed educato a valori alti e veri e che, pur non capendo e condividendo da subito la mia decisione, mi ha accompagnato e sostenuto nel mio percorso di crescita e formazione in questi anni con pazienza e amore. Soprattutto mi hanno lasciato “libero” di seguire il sogno di Dio nella mia vita. Oltre alla mia famiglia sicuramente ha avuto un ruolo importante la mia Comunità Parrocchiale di Scerni dove sin da piccolissimo facevo il chierichetto, poi le esperienze come catechista e infine educatore nell’Azione Cattolica che è stata ed è per me la mia seconda famiglia. Il luogo dove ho imparato la “responsabilità e il servizio” ma soprattutto la casa dove il Signore mi ha donato di crescere nella mia vocazione e di vivere le più belle e vere amicizie.

Come hai vissuto gli anni del Seminario?
Devo dire che non è stato facilissimo. La nostalgia della famiglia e degli amici c’era. E non sono mancati neanche i momenti di prova. Anzi ce ne sono stati tanti. Come in ogni storia d’amore ci sono sempre gli alti e bassi ma non mi sono mai sentito solo. Ho sempre avvertito la presenza del Signore che mi aveva chiamato e mi voleva in quel posto per conoscerlo, capirlo e impararlo ad amare anche quando non riuscivo a capirlo. Sicuramente ci sono stati tanti bei momenti che ho vissuto insieme agli altri compagni condividendo una stessa vocazione e uno stesso percorso.

A quale modello di presbitero hai guardato? Quale modello di santità ti ha aiutato in questi anni?
In realtà a due: a don Mario che è stato il mio parroco per tanti anni e soprattutto lo strumento di cui il Signore si è servito per chiamarvi al sacerdozio e che mi ha insegnato “i segreti del mestiere” quelli che si possono apprendere solamente con l’esperienza: la pazienza, la tenerezza e la preghiera. E poi il Vescovo Alessandro, originario della mia Comunità Parrocchiale di Scerni vissuto tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, a cui sempre sin da bambino ho guardato come modello di uomo e pastore santo innamorato di Cristo e della Chiesa.

Come hai vissuto il tuo diaconato e in quale comunità hai fatto questa prima esperienza pastorale?
In questi mesi di vita diaconale, ho svolto il mio servizio pastorale con il caro don Domenico Spagnoli nella comunità di Santa Maria Maggiore in Vasto dove sono già da due anni. Con lui ho potuto apprendere che non è soltanto quello che faccio, ma il dono di me stesso, che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge e soprattutto la grande e tenera pazienza che deve abitare il cuore di un pastore. Ho cercato in questi mesi di essere testimone della segreta presenza del Cristo risorto a fianco di ogni persona facendomi compagno di viaggio di tutti coloro che il Signore ha messo sulla mia strada: giovani e adulti e di condividere con discrezione e affetto le loro speranze, le attese, e le amarezze.

Che cosa significa essere prete oggi?
Credo che debba essere un uomo di mansuetudine che continuamente intesse legami di comunione, un uomo di predicazione che testimonia e annuncia la bellezza di Dio nel nostro mondo e un uomo di tenerezza che rende presente l’amore di Dio per ogni creatura in ogni momento.

Cosa ti aspetti dalla comunità dove svolgerai il tuo ministero come presbitero?
Sono sincero non mi aspetto nulla di particolare ma ciò che Dio vorrà operare. Sono convinto che non sia la Comunità parrocchiale a doversi modellare sul sacerdote ma è il sacerdote che deve modellarsi sulla comunità parrocchiale che incontra e che serve. Mi aspetto di camminare insieme alla mia nuova Comunità parrocchiale di Fara San Martino per aprirci insieme alla novità dello Spirito e alla bellezza del Signore.

Come stai vivendo questo momento prima dell’ordinazione?
Con il cuore colmo di emozione perché è il sogno di un bambino che sta diventando realtà, di stupore perché è soprattutto il sogno di Dio che si sta realizzando nella mia vita, di gratitudine perché Dio ha custodito la mia vocazione con fedeltà e amore da sempre e l’ha portata a compimento.

Come si sta preparando la tua Comunità parrocchiale a questo evento?
Con grande emozione ed affetto anche perché sono quasi sessanta anni che non esce una vocazione sacerdotale da Scerni. Il mio parroco don Graziano ha organizzato un triduo di preghiera in preparazione all’ordinazione nei tre giorni precedenti sul tema della chiamata, della sequela e della missione. Anzi il mio grazie a lui per tutto quello che sta mettendo in piedi per questo evento con tanto affetto e passione.

Cosa consiglieresti a un giovane che si sente chiamato al sacerdozio?
Di non avere paura ma di “buttarsi” se sente nel suo cuore che Gesù lo chiama perché lui e fedele. Di amare il Signore e la Chiesa al di là di tutti i suoi problemi perché è bello essere nella comunità dei battezzati. Di amare l’essere umano al di là delle sue fragilità perché è la sfida che siamo chiamati a vivere come cristiani.

Possiamo dire che quindi sei pronto al grande giorno?
Eh sì. Posso dire di essere pronto. Mercoledì 27 giugno l’ordinazione sarà alle ore 17 nella Chiesa Cattedrale di San Giustino a Chieti. Giovedì 28 presiederò la mia Prima Messa a Scerni nel Santuario della Madonna della Strada dove tutto ha avuto inizio. Sabato 30 presiederò la Prima Messa nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Vasto per dire grazie alla bellissima comunità che mi ha accolto e voluto tanto bene in questi due anni tra di loro.
Vi aspetto. Pregate per me.

«Cerco un rapporto confidenziale con Dio»

Di seguito l’intervista a Fabrizio Ciurlia, un membro attivo dell’Azione Cattolica della parrocchia di San Nicola a San Salvo.

Qual è stato il tuo approdo alla fede e/o ci sono fatti o persone che ti hanno fatto credere in Dio?
Sono stato sempre accompagnato dai miei genitori in parrocchia. Un ruolo determinante hanno avuto i miei nonni. Un episodio particolare che conservo ancora nel cuore è questo: da bambino ero andato in campagna con mio nonno e lui mi portò a vedere una roccia piatta da cui fuoriusciva una piccola pianticella e mio nonno disse: “se Dio riesce a far crescere una pianta da una pietra è una dimostrazione che Dio esiste ed è grande.”

E il tuo approdo in azione cattolica?
Come tanti altri avevo Don Piero come professore di religione alle scuole medie e frequentavo la parrocchia. In particolare in occasione del meeting di solidarietà organizzato dalla parrocchia nel 1984 (un evento che ha portato a San Salvo personaggi di rilievo e tra questi Antonino Zichichi un grande scienziato di fama internazionale) vedevo un grande fermento e dei giovani appassionati che si davano da fare per la riuscita dell’evento. E mi chiedevo: “perché questi giovani spendono tempo, fanno tardi la sera e presto la mattina….?”.  questo perché mi ha fatto appassionare ancora di più alla parrocchia per ricercare il perché di tutto questo attivismo e voglia di fare. Spero di dare sempre il meglio di me nel cercare il perché della fede”

Qual è il tuo rapporto con Dio?
È un dialogo a volte arrabbiato, a volte più sereno, a volte di ringraziamento a volte più confuso. Molto spesso è un dialogo che torno a fare dopo aver taciuto per un po’ di tempo perché ho dato troppo tempo al fare. Cerco di guardare a  tutto ciò che faccio ogni giorno come a un qualcosa da realizzare e inserire in un disegno più grande e cerco di capire qual è il disegno di Dio.

Cosa pensi del fatto che sono sorti tanti cammini di fede?
Ogni cammino di fede ha una sua particolarità e in ogni particolarità c’è un valore da esaltare e non da denigrare. Ognuno nasce da un esigenza, da un bisogno e dalla voglia di cercare Dio attraverso una strada particolare. Il tutto sta nel cercare di armonizzare tra di loro i vari cammini e a pensare che ogni cammino è una ricchezza.

Con l’azione cattolica delle altre realtà parrocchiali di San Salvo, avete dei momenti di incontro?
Questo non c’è ancora stato. Forse perché noi abbiamo una storia un po’ più lunga , loro un po’ più corta. Per il momento ci siamo incontrati solo a livello diocesano. Nulla vieta che in futuro ci possano essere dei momenti di incontro soprattutto per quei momenti di festa previsti dall’azione cattolica.  Potrà essere un prossimo passo.

Da quanti anni sei presidente dell’azione cattolica della parrocchia?
Il mio primo mandato risale al 2011. Ogni mandato dura tre anni e da gennaio 2014 sono al secondo mandato.

Qual è la cosa più bella e la cosa un po’ più pesante di questo mandato?
La cosa più bella è andare a guardare la parrocchia non presa da un unico punto di vista che può essere quello del gruppo che ti interessa di più ma nella sua globalità dai bambini, giovanissimi, giovani adulti e anziani. E la cosa più bella è proprio il rapporto personale con tutte queste persone. Una cosa un po’ più brutta tra virgolette è una pesantezza pastorale nel senso non è facile seguire e dare tutto per tutti i gruppi e a volte mi dispiace quando un gruppo si sente trascurato e sento la responsabilità di non essermi accorto che quel gruppo sta soffrendo e allora cerco di fare in modo che questo gruppo riesca a vivere una sua esperienza di fede positiva.

C’è qualcosa che ti piacerebbe fare per far conoscere Dio a chi non lo conosce?
C’è una cosa che mi piacerebbe fare: io ho un bel ricordo della sede parrocchiale della vecchia chiesa con il portone su Corso Garibaldi sempre aperto e sempre pieno di bambini e ragazzi che giocavano e che spesso venivano solo per quel motivo e non frequentavano nemmeno l’azione cattolica. Chi passava vedeva il portone aperto e lo sguardo ce lo buttava sempre. Chi veniva aveva l’occasione di avere col parroco e con gli educatori un rapporto spontaneo, diretto. Il mio sogno sarebbe proprio quello di riaprire quel portone per offrire un luogo di incontro, una piazza, uno spazio in cui le persone in cui si possono incontrare e offrire l’ amicizia di Dio.

Secondo te l’azione cattolica ha un difetto?
Ne ha tanti ma uno in particolare è legato al fatto che a volte si lascia prendere dalla troppa burocrazia.

Qual’ è il tuo ricordo più bello di Don Piero?
Ne ho tanti di ricordi belli uno dei ricordi particolari era la vita quotidiana in parrocchia e soprattutto la sera quando finivano tutte le attività di parrocchia e ci si sedeva fuori a chiacchierare  insieme per parlare di noi, di quello che avevamo fatto il giorno e usciva un idea per un iniziativa o la soluzione per un problema.

C’è un insegnamento, una cosa di cui puoi dire questa cosa me l’ha insegnata don Piero?

Mi ha insegnato tante cose. In particolare mi ha imparato a guardare gli altri come persone in maniera diversa: non solo come persone che vivono con te una certa fetta della tua vita ma come persone che qualcuno ha messo sul tuo cammino ed avere un rapporto con loro proprio perché i nostri cammini si sono incrociati non per caso ma perchè Dio li mette nel nostro cammino. L’incrociare gli sguardi non è mai casuale ma fa parte di qualcosa di più grande

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,15-20. 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;
un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.
Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».