Fioriti: “quando i miei amici mi vogliono sfottere dicono che sono nato con la tonaca”

Don Nicola Fioriti, parroco della chiesa di San Marco Evangelista di Vasto, insieme agli altri sacerdoti Mario Pagan, Raimondo Artese,  Beniamino Di Renzo, Simone Calabria e Andrea Manzone, la domenica spezzerà la parola di Dio su Sansalvonet.  Di seguito una breve intervista.

Chi è Nicola Fioriti e come è nata la sua vocazione sacerdotale?

Sono di Tornareccio, sono nato il 25 ottobre del 1982 e sono il terzo di 4 figli. La mia vocazione sacerdotale è nata in maniera molto semplice nella vita ordinaria e quotidiana della parrocchia. I miei genitori bazzicavano il cammino del Rinnovamento Nello Spirito ma soprattutto vivevano intensamente la vita della parrocchia. Sono cresciuto in una famiglia in cui il quotidiano era intrecciato con una realtà di fede viva, semplice e bella. Frequentavo l’asilo delle suore Comboniane. Mi appassionavano i loro racconti su giraffe e simili e allo stesso tempo mi incuriosivano quando entravano nel dettaglio della vita missionaria e parlavano delle cose semplici e quotidiane che facevano in quei luoghi. Già alle elementari, quando la maestra mi aveva proposto il classico tema “cosa vuoi fare da grande”, io scrissi che volevo diventare sacerdote. Ad avvalorare questo mio desiderio ho avuto anche il bellissimo esempio e la testimonianza del nostro parroco di Tornareccio don Nicola Masciulli che mi ha accompagnato durante l’intero mio percorso vocazionale. Don Nicola prima di essere un buon sacerdote era un uomo in pace con se stesso, una persona retta, umile, discreta e soprattutto sempre presente. All’interno della parrocchia c’erano diversi cammini di fede (Rinnovamento, Neocatecumenali, Comunione e Liberazione) che don Nicola riusciva a coordinare e a tenere tutti uniti e concordi nel servizio nella parrocchia. In questo ambiente ho vissuto la mia infanzia e i miei primi anni di adolescenza. Mi sono semplicemente messo in ascolto di una chiamata. A 13 anni ho palesato la mia intenzione di diventare sacerdote ai miei genitori e ho intrapreso questo cammino. La mia vita è poi proseguita tra Chieti e Tornareccio fino all’ordinazione sacerdotale.

Il giorno in cui è stato ordinato sacerdote, cosa ha provato? Ricorda un passo della Parola di quel giorno che in qualche modo porta con lei? E dopo l’ordinazione ha intrapreso un percorso di studi particolare?

Io sono stato ordinato il 29 marzo del 2008. La mia emozione era immensa, non ci sono parole per descrivere quei momenti. Ho sempre sentito la condizione del sacerdozio come una mia seconda pelle, qualcosa che mi apparteneva fino in fondo. Anche se avevo sperimentato altri lavori sentivo che questi non mi appartenevano. Il Vangelo di quel giorno era il passo di san Tommaso che voleva “toccare per credere”. A questa parola sono molto legato. Tommaso era uno che voleva bene a Gesù e nel giorno in cui l’ha visto risorto era pieno di stupore. Lo stesso stupore che mi accompagna nella mia vita sacerdotale. La voglia di lasciarmi stupire giorno per giorno da Dio mi fa essere sempre aperto a tutto ciò che mi accade e soprattutto a tutte le persone che incontro.  Dopo l’ordinazione sacerdotale, in contemporanea agli incarichi che mi dava il Vescovo, ho frequentato un corso biennale di studio della “Liturgia”. Eravamo 90 studenti di cui solo 3 italiani. Lì ho incontrato dei corsisti davvero straordinari. C’era un sacerdote vietnamita che frequentava quel corso pur sapendo che gli sarebbero costati dieci anni di carcere al suo ritorno in patria.

Com’è il rapporto della Chiesa con il mondo di oggi?

Io lo vedo positivo. Purtroppo della Chiesa fanno scalpore solo le notizie di cronaca ma tante sono le grazie che vengono elargite al suo interno anche se queste spesso non si vedono. Quante persone vengono da noi per avere un supporto umano o anche semplicemente per essere ascoltate? E il mondo oggi ha tanto bisogno di questo.

Qual è la difficoltà più grande e la cosa più bella dell’essere sacerdote?

La difficoltà più grande può essere quella di stare accanto alla parrocchia, guidarla e camminarci insieme senza stravolgerla. La cosa più bella dell’essere un sacerdote è quella della “Grazia”. La vita di un prete è bella e riconciliata quando percepisce i segni della Grazia di Dio ossia della Provvidenza. Essere un semplice  strumento di Dio è una cosa davvero meravigliosa perché ti fa percepire che succedono cose belle nonostante te. Un prete conosce il cuore delle persone perché si lascia coinvolgere in prima persona da queste e condivide in pienezza con loro i momenti di gioia come anche quelli di tristezza.

 

Mercoledì 4 luglio Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 8,28-34. 

In quel tempo, essendo Gesù giunto all’altra riva del mare di Tiberiade, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada.
Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare;
e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria».
Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti.
I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati.
Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

Lunedì 2 luglio Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 8,18-22. 

In quel tempo, Gesù vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva.
Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai».
Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre».
Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti»

I nuovi orari delle celebrazioni eucaristiche per il periodo estivo a San Salvo

Da 1° luglio le celebrazioni delle parrocchie di San Salvo rispetteranno i seguenti orari:

Nei giorni festivi:

  • ore 8.30 San Salvo città parrocchia San Giuseppe
  • ore 9 San Salvo Marina parrocchia Resurrezione Nostro Signore Gesù Cristo
  • ore 9 San Salvo città parrocchia San Nicola
  • ore 10 San Salvo città parrocchia San Giuseppe
  • ore 18.30 San Salvo città parrocchia San Nicola
  • ore 19 San Salvo Marina parrocchia Resurrezione Nostro Signore Gesù Cristo
  • ore 19.30 San Salvo città parrocchia San Giuseppe
  • ore 20 San Salvo città parrocchia San Nicola
  • ore 21.15 San Salvo Marina parrocchia Resurrezione Nostro Signore Gesù Cristo

Nei giorni feriali dal lunedi al giovedì:

  • ore 8 San Salvo città parrocchia San Nicola
  • ore 8.30 San Salvo città parrocchia San Giuseppe
  • ore 19 San Salvo Marina parrocchia Resurrezione Nostro Signore Gesù Cristo

Nei giorni venerdì e sabato:

  • ore 8.30 San Salvo città parrocchia San Giuseppe
  • ore 18.30 San Salvo città parrocchia San Nicola
  • ore 19 San Salvo Marina parrocchia Resurrezione Nostro Signore Gesù Cristo

Don Vincenzo, il prezioso collaboratore dei sacerdoti di San Salvo

Un elemento che accomuna le 3 parrocchie di San Salvo è il supporto, in alcune circostanze, di don Vincenzo Giorgio, in arte “don Cinzio”.

Mi racconti un po’ di te e di come è nata la tua vocazione al sacerdozio?

Io sono il secondo di 4 figli e sono nato a Minervino Murge il 1 aprile ma i miei genitori mi hanno iscritto all’anagrafe il 2 aprile perché pensavano che era brutto registrarmi nel giorno del “pesce d’aprile”. La nostra era una famiglia a contatto continuo e costante con la natura e la Provvidenza. Mia mamma mi raccontava di un episodio che poi si è rivelato profetico: quando ero ancora in fasce, durante la festa patronale del mio paese, il parroco aveva posto il suo berretto da sacerdote sul mio capo dicendo “questo si può fare prete”. Io sono cresciuto in parrocchia anche perché era un luogo di aggregazione dove si praticavano diverse attività come il teatro e lo sport. Oggi le mamme fanno le tassiste accompagnando i figli in diecimila posti, noi invece avevamo tutto lì. Finite le elementari le catechiste mi proposero di entrare in seminario. E così ho cominciato a frequentare le medie presso il seminario vescovile di Andria e poi il percorso scolastico e vocazionale a Molfetta. Durante questi anni ciascuno di noi veniva seguito da un padre spirituale che ci aiutava a comprendere se avevamo veramente la vocazione. Un sacco di ragazzi che sono entrati con me, chi prima e chi dopo, nel tempo hanno interrotto questo percorso perché hanno scoperto che questa non era la loro strada. Io invece ho sempre percepito questo percorso come qualcosa fatto apposta per me. Sono stato ordinato sacerdote l’8 luglio del 1973 presso la cattedrale di Minervino. Ho iniziato il mio ministero in una parrocchia di Andria. In contemporanea insegnavo religione alle scuole medie e alle superiori. Nel 1993 sono diventato parroco della chiesa madre di Minervino, la stessa in cui ero stato ordinato sacerdote e dove sono rimasto fino al mio pensionamento nel 2012.

Guardando a ritroso il tuo sacerdozio, cosa ha caratterizzato questo tuo ministero?

Non so se lo sai ma il mio nome d’arte è don Cinzio che è un appellativo che mi hanno dato quando conducevo una trasmissione religiosa in una delle 3 radio private del mio paese. Commentavo il vangelo e animavo dei giochi radiofonici molto seguiti anche dalle tantissime persone che erano migrate fuori. Negli anni ’80 era il boom delle emittenti televisive e anch’io, come sacerdote, utilizzai questo strumento per diffondere la Parola di Dio. E così sono salito sul campanile e ho montato le attrezzature per trasmettere programmi televisivi dalla Cattedrale. L’avevo chiamata “Teleradio Jesus”, una sorta di TRSP di don Stellerino. Era la gioia delle persone malate che non potevano venire in chiesa e di coloro che erano migrati all’estero.  Ero molto fortunato perché la chiesa era posizionata molto in alto e quindi il segnale veniva ben recepito. Mia mamma, nonostante fosse anziana faceva le riprese delle varie celebrazioni liturgiche, Quando c’erano le prime comunioni, regalavo alle famiglie una cassetta con la celebrazione di quell’evento così particolare per la vita dei loro figli. Nel 2006, con l’arrivo del digitale, tutto è diventato più complicato e costoso e quindi poi ho dovuto abbandonare questo progetto.

Come ti sei trovato qui a San Salvo?

Mi ci trovo grazie a mia sorella, il cui marito faceva il ferroviere nela stazione di Vasto- San Salvo. Frequento questa cittadina da circa 30 anni. Raggiunta l’età della pensione, mi sono detto “E ora che faccio?”. Nel mio paese c’è abbondanza di sacerdoti. Figurati in un paese di 9000 abitanti ci sono 5 parrocchie e 6 sacerdoti. Invece qui, con una popolazione di 20.000 abitanti ci sono solo tre parrocchie con 3 sacerdoti. Mi si struggeva il cuore vedere “tanta messe e pochi operai” e così mi sono detto: “qui posso essere di sicuro più utile che al mio paese”.  Ed ecco che, anche se ho scelto la parrocchia di san Giuseppe come punto di riferimento, quando Don Raimondo, don Mario e don Beniamino hanno bisogno di chi li possa sostituire nelle celebrazioni e nell’amministrare i vari sacramenti, io ci sono e posso essere loro da supporto! Sai una cosa che mi piacerebbe vedere in questa città? Un’unica grande celebrazione per gli eventi più importanti. Te lo immagini ad esempio la veglia di Natale celebrata in una grande tensostruttura capace di accogliere i fedeli di tutte e tre le parrocchie?

Catia, un’infermiera sette volte mamma

Catia Benvenuto è una donna originaria di Chieti che vive a San Salvo perché qui l’ha condotta l’amore.

Tutti la conoscono per il suo sorriso che parte dal cuore e per i suoi sette meravigliosi figli.

È nata nel febbraio del 1971 e ha trascorso buona parte della sua infanzia dalle suore Orsoline di Chieti poiché, all’epoca, erano le uniche che offrivano un servizio adeguato agli orari di lavoro della mamma. Catia conserva ancora i bei ricordi di quel periodo, i giochi nel cortile, le feste di carnevale in cui anche le suore indossavano una maschera per giocare con loro, le lezioni di danza ritmica, le rappresentazioni teatrali, le esposizioni delle tovagliette ricamate dai bambini, il “minimusical” inscenato davanti alla cattedrale e ogni istante del giorno della sua prima comunione.

Dopo l’istituto magistrale si è iscritta alla facoltà di informatica dell’Aquila semplicemente per uscire dall’ambiente familiare e cambiare città. Dopo aver sostenuto alcuni esami, ha approfittato del fatto che la mamma aveva deciso di avviare un’attività di vendita di pasta fresca per lasciare l’università.

Nel 1993 un’amica le ha proposto di provare il test d’ingresso per entrare nella Scuola per infermieri.  Ha superato il test e dopo tre anni è diventata un’infermiera professionale. Molti suoi professori erano rimasti colpiti dalla “teoria del sole” che aveva formulato in sede di esame scritto per il conseguimento del titolo conclusivo. Questa teoria affermava che il paziente doveva rappresentare il sole degli infermieri, in altre parole il centro su cui doveva ruotare l’assistenza infermieristica non solo da un punto di vista professionale ma anche e soprattutto umano.

Catia frequentava assiduamente i sacramenti ma pensava che c’era una dicotomia molto netta tra la chiesa e il quotidiano, “vado in chiesa ma fuori vivo secondo le regole del mondo” . In contemporanea al corso infermieristico, ha intrapreso un percorso di fede con il Rinnovamento nello Spirito grazie al quale ha scoperto che se si crede in Dio si vive il proprio quotidiano in un’ottica diversa. Quegli incontri erano frequentati anche da Padre Leone Campana, fratello della Beata Santina Campana.

Nel 1996, il gruppo l’ha inviata a un corso di formazione della musica e del canto a Ofena e in quella occasione ha conosciuto Roberto Mancini con il quale è convolata a nozze nel 1999. Da fidanzati si erano ripromessi di vivere il matrimonio nel totale abbandono a Dio, aperti alla vita e disposti ad andare in giro per il mondo ad annunciare la “lieta novella”.

Appena finito, il corso infermieristico è entrata a lavorare in una cooperativa che gestiva il servizio Adi (assistenza domiciliare integrata) dell’ospedale di Chieti. Usciva da casa alle sei del mattino e vi rientrava alle undici di sera. Tra i vari pazienti che assisteva c’erano anche molti malati terminali. Tra questi c’era Simona, una sua coetanea che le è entrata nel cuore e di cui ha una foto esposta nella sua sala, con un tumore avanzato alla gola.  All’inizio Catia aveva percepito che lei si era accorta della sua inesperienza . Simona le faceva sempre trovare un dolce fatto in casa. Dopo che è venuta a mancare, i genitori di Simona le avevano riferito che la figlia aveva espresso il desiderio di regalarle il suo telefonino visto che ne era sprovvista. Non le hanno dato quel telefonino perchè per loro era un ricordo, ma le hanno comprato un telefonino perfettamente uguale, il primo cellulare di Catia!

Appena diplomatasi in infermeria,  aveva partecipato a un concorso per infermieri in Emilia Romagna perché aveva il desiderio di trasferirsi in questa regione. Ha superato il concorso ma l’hanno immessa in ruolo dopo il matrimonio e la nascita del primo figlio e così nel 2000 la giovane famiglia si è trasferita a Modena. Roberto ha trovato subito lavoro grazie alla sua grande competenza nel settore auto. Dopo alcuni mesi Catia era in dolce attesa. Gestire la famiglia, la gravidanza e il lavoro era diventato troppo problematico. Non poteva ricorrere all’interdizione perché la sua non era una gravidanza a rischio e così si è licenziata e sono ritornati a San Salvo.

Oggi Catia e Roberto hanno sette figli e se le chiedi com’è la vita di una famiglia fatta di nove persone lei risponde: “Semplicemente meravigliosa. E’ normale che a volte avverta la stanchezza e che ci sono momenti in cui vado in tilt come tutti.  Viviamo le difficoltà e le gioie di una qualsiasi famiglia nelle varie fasi della vita dei figli. Il mio cuore esulta quando ci sediamo a tavola e ognuno racconta quanto gli è accaduto nella giornata o quando vedo i miei figli che vanno d’accordo e si aiutano a vicenda.  Molti mi dicono che questa mia scelta mi preclude di realizzarmi nel lavoro e di avere del tempo per me stessa ma non è così. Ultimamente ho anche imparato a suonare la chitarra frequentando un corso presso la scuola di musica di Lara Molino. Ho vissuto la mia giovinezza nella sua pienezza e in maniera serena e se prima l’andare in discoteca, qualche volta mi lasciava un senso di vuoto, oggi anche se arrivo a sera stanca morta e sembra quasi che non ho fatto niente, mi sento riempita nell’anima”.

Roberto, da metallaro a seguace di Cristo

Roberto Mancini è nato il 12 ottobre del 1966. I genitori, originari di Chieti, si erano sposati poiché lei era incinta, il classico matrimonio riparatore. Nel 1980 si trasferiscono a San Salvo dove il papà apre la terza carrozzeria del paese (le altre due erano D’Andrilli e Mastrovincenzo). Siccome chi passava vedeva le macchine vecchie parcheggiate sulla strada, cominciarono a chiederne i pezzi. Roberto,  vede l’affare e apre il primo sfascio a San Salvo.

I ricordi più belli di Roberto di quegli anni, sono di quando giocava in cortile con i suoi coetanei a nascondino, fionde, costruzione di carrettini con pezzi di tavola e ruote a sfere, uno manda l’uno, “mazze e chizz”, il gioco del fazzoletto ricamato, figurine. E poi stavano sempre a giocare a pallone sulla strada.

Nel 1980 i genitori si separano e Roberto viene cresciuto fondamentalmente dalla nonna paterna Nicoletta.

Dopo la terza media, si mette a lavorare nell’azienda del padre e nel giro di poco tempo, acquisisce una padronanza incredibile nello smontaggio dei pezzi delle macchine e di conseguenza, nella  conoscenza della loro meccanica. Le discoteche di allora il “Rio” e il “Sabrina”, erano le tappe fisse del sabato pomeriggio e della domenica sera. l suo cantante preferito era Vasco Rossi e la canzone “Siamo solo noi” rappresentava un po’ il suo stile di vita, come anche quello di molti suoi amici. Un freno per quella vita un po’ allo sbando era il lavoro allo sfascio.

Il bar Italia in via Trignina e “Lu fuculare” nei pressi della villa comunale erano i punti di ritrovo per i ragazzi e i giovani dell’epoca. Lì Roberto cominciò ad avvicinarsi alla musica e l’Heavy Metal divenne la sua passione.

In quegli anni la nonna, lo invita più volte al gruppo di preghiera del rinnovamento che si riuniva alla chiesetta della Madonna delle Grazie. Un giorno sentì una vocina che gli diceva “ma tu vacci, tanto che ti importa, qual è il problema?” e così andò e vi ritornò più volte.

Un giorno, dopo la preghiera doveva partire per andare a ballare a Rimini, si presentò dunque alla chiesetta con calzamaglia viola, maglia a canottiera, chiodo arancione e anfibi. Quell’immagine di Roberto, è ancora impressa nelle persone che vi erano presenti. Man mano diventa un abituè del Gruppo del Rinnovamento della Madonna delle Grazie.

Lì si trovava a suo agio e continuava ad andare in discoteca, ma con il Vangelo in mano. Nel 1992 fece il seminario di vita nuova per ricevere l’effusione (una conferma delle promesse battesimali e cresimali) che ricevette poi il 5 dicembre 1993.

Dal 5 dicembre 1993 e il 5 dicembre 1994 per Roberto fu un anno terribile fatto di sesso, droga e rock e roll. Conosce una ragazza atea e comunista di Lanciano, che poi rincontra il 17 luglio 1997 quando si reca in Australia con degli amici per un work-holiday (vacanza-lavoro).  Verso la fine del periodo di soggiorno, conosce una famiglia amica di quella dove alloggiava, che lo prese in simpatia e ogni domenica lo portavano con se a messa. Con loro ebbe l’occasione di conoscere la bellezza della famiglia, come non l’aveva mai vissuta.

Il 5 dicembre 1994 torna a San Salvo e al gruppo, e sceglie sempre più Gesù e di mettere in pratica i suoi insegnamenti, che però cozzavano con quelli della sua fidanzata. Da quando l’aveva lasciato la precedente ragazza svizzera aveva promesso di cercarsi una ragazza di fede e di non contravvenire a certe regole. In quell’anno aveva fatto l’esatto opposto.

Alcuni fratelli del gruppo si accorgono che aveva una bella voce e lo inviano a Ofena per un seminario di formazione della musica e del canto, occasione in cui conosce Catia Benvenuto di Chieti. Dopo quell’incontro apparentemente insignificante ognuno riprende la sua strada. I valori di Roberto e quelli della sua ragazza di Lanciano diventavano sempre più distanti e così si lasciano.

Successivamente Catia e  Roberto si rincontrano sempre nell’ambito del ministero della musica e del canto e nasce quell’amore vero che li fa convolare a nozze il 23 ottobre 1999. Da questo amore sono nati sette meravigliosi figli, l’ultima dei quali è nata nel fatidico giorno del 12/12/2012.

Venerdì 29 giugno Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 16,13-19. 

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».
Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

“Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”

Antonio De Luca ci racconta come è nata e che cos’è  “Gerico”

Il 28 ottobre 1995 è nata l’Associazione di Volontariato Gerico, la costola caritatevole della parrocchia di San Nicola. Antonio De Luca, il presidente dell’associazione ci racconta come è nata e come si è evoluta una realtà bella di San Salvo che “vive” da 23 anni.

Perché e come è nata l’Associazione Gerico?

È nata 22 anni fa su ispirazione dell’allora parroco di San Nicola Don Piero Santoro, Maria Giulia Moretta e tante altre persone che davano una mano in parrocchia. Prima di allora esistevano solo l’Azione Cattolica e la Caritas parrocchiale che esiste in tutte le parrocchie. Di attività di volontariato se ne facevano tantissime e spesso non arrivavamo a soddisfare tutte le necessità che ci si prospettavano. E così è nata la volontà di creare un’associazione che avesse come finalità esclusiva quella di aiutare il nostro prossimo più vicino e di farlo con una progettualità efficace e in più riuscisse, in qualche modo, anche a dare un messaggio forte all’intera città. Inoltre mentre prima tutte le attività di volontariato della parrocchia erano svolte fondamentalmente da chi frequentava l’Azione Cattolica dopo hanno avuto modo di aggiungersi a vario titolo anche persone un po’ esterne a questa realtà di cammino. Il “fare del bene al prossimo” ha acquisito così una identità tutta sua ed è diventata una vera “chiamata” per crescere nella scuola dell’amore di Dio per ciascun uomo.  Infatti dopo che abbiamo creato l’associazione molti hanno cominciato a dirci “io non posso venire ai vostri incontri ma se vi posso essere di aiuto in qualcosa, contate pure su di me”. E così ad esempio c’era l’infermiera che si prestava ad andare a fare delle punture a chi non se le poteva permettere ma ne aveva bisogno, l’insegnante in pensione che si prestava ad aiutare piccoli studenti, chi si rendeva diponibile per regalare un’ora del proprio tempo per stare con anziani, disabili, e tantissime altre forme di aiuto, ognuno nel suo piccolo secondo le proprie disponibilità umane e materiali. All’inizio avevamo istituito anche una “banca del tempo” grazie alla quale tutti potevano mettere a disposizione un’ora per l’aiuto al prossimo.

Come si è evoluta l’associazione in questi ventidue anni di attività?

Nonostante sono passati tutti questi anni il cuore è rimasto lo stesso ed è quello della “chiamata” al servire il Regno di Dio nel senso più profondo del termine. Nella sostanza e praticamente si è evoluta andando ad affinare molte attività. Una nota molto importante in questo processo di trasformazione è stata sicuramente la formazione. Quando si aiuta chi è nel bisogno occorre farlo in un certo modo e a volte molte cose possono essere scontate ma non lo sono e allora il sapere e il conoscere aiuta! Una delle principali attività di Gerico è senza ombra di dubbio il “centro di ascolto” che ci permette di raccogliere i fabbisogni di chi è in difficoltà e poi in base a queste agire in raccordo con il parroco e la parrocchia. Ci sono degli eventi che per noi sono forme di “educazione alla carità ed alla pace nella comunità e nella città” e sono: “Gerico in festa” (che festeggeremo domani leggi), un evento che abbiamo aggiunto dopo che è venuta a mancare Maria Giulia Moretta; “la tombolata della carità e dell’accoglienza”; “la festa del rifugiato”; “il capodanno in comunità” e “il carnevale in famiglia”. Come sempre i volontari di Gerico continuano a gestire il centro di distribuzione di alimenti e di beni di prima necessità a chi ne ha bisogno e a soddisfare ogni esigenza in cui è possibile dare una mano. Una cosa nuova e bella che abbiamo introdotto da qualche anno è il corso di alfabetizzazione della lingua italiana.

C’è un motto che in qualche modo identifica Gerico?

Sì è un frase di don Pino Puglisi “Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”. Abbiamo molti motivi per ringraziare Dio ma quando stai a contatto con chi è nel bisogno ti rendi conto che c’è anche da rimboccarsi le maniche e lavorare insieme agli altri affinchè diventi concretezza il desiderio di Dio: ai suoi occhi siamo tutti fratelli e quindi ci dobbiamo fare prossimi l’uno dell’altro.

Don Matteo Gattafoni ‘novello’ sacerdote: “Dovrai essere testimone di gioia”

(Di seguito Articolo di Michele Tana pubblicato sul sito di Histonium.net)

Solenne ordinazione presbiterale, nella Cattedrale di San Giustino Chieti, di due giovani ‘novelli’ sacerdotidon Emilio Cacciagrano e don Matteo Gattafoni. Quest’ultimo, di Scerni, ha vissuto una parte significativa del suo percorso formativo nella comunità di Santa Maria Maggiore di Vasto e, dal prossimo 19 agosto, sarà alla guida, come parroco, di San Remigiodi Fara San Martino.

A presiedere la funzione il vescovo dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, assieme a gran parte dei sacerdoti del territorio diocesano ed al vescovo emerito di Trivento, monsignor Domenico Scotti.

Momenti intensi della celebrazione sono stati la presentazione e l’elezione dei due ordinandi, la successiva liturgia di ordinazione, l‘imposizione delle mani, la preghiera di ordinazione e la vestizione con gli abiti sacerdotali.

Il vescovo Forte ha avuto parole di stimolo e di conforto per don Matteo e don Emilio invitandoli ad essere anche e soprattutto “testimoni di gioia“.

Tra i presenti i sindaci di VastoScerni e Fara San Martino, assieme a numerosi rappresentanti delle rispettive comunità. E, alla fine, tanti abbracci e foto a ricordo di un pomeriggio indimenticabile.