Giovedì 28 giugno Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,21-29.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?
Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento:
egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Tutto è pronto per la PARTITA DI CALCIO SOLIDALE organizzata da Gerico – Caritas della Parrocchia di San Nicola

“L’idea – afferma Don Beniamino – è quella di vivere un momento gioioso di integrazione, lo sport ha in se una grande forza di inclusione che vorremmo diventasse contagiosa anche nel quotidiano! Quando è stato proposto ai nostri amici del centri di accoglienza di San Salvo e Lentella e della Comunità Papa Giovanni XXIII di Vasto di giocare insieme a calcio la risposta è stata entusiastica; questo ENTUSIASMO vogliamo raccogliere e raccontare alla comunità e a tutta la città!!!!”

CALCIO SOLIDALE – “Quando lo sport è integrazione” è uno degli eventi pensati da Gerico nell’ambito del progetto ACCOGLIERE PROTEGGERE PROMUOVERE INTEGRARE che ha la finalità di creare dei momenti di condivisione del viaggio comune della vita e di conoscenza della storia e dei volti di chi è partito lasciando tutto nella speranza di una vita migliore più degna per sé e per i propri cari.

L’evento vissuto il 20 giugno in occasione della FESTA DEL RIFUGIATO è stato un successo non tanto per le numerose presenze, ma quanto per la gioia e la serenità che si è respirata nell’aria e per la voglia di vivere insieme questo squarcio di tempo e spazio in cui ci troviamo, lontano da paure e fobie che qualcuno vorrebbe imporre a nuove e vecchie generazioni di un Italia che invece nella sua storia è sempre stata accogliente e che mai ha ceduto il passo al razzismo e alla chiusura egoistica.

Il 29 giugno alle 19.30 presso lo STADIO DI VIA STINGI ci sarà una partita all’insegna dell’Amicizia e della Fiducia in un mondo Globale e Solidale e per ribadire la volontà e l’impegno di tutti affinché questo sia davvero possibile prima del calcio di inizio tutti i presenti reciteranno insieme un pensiero interreligioso per la pace.

Ultimo evento previsto nel progetto “ACCOGLIERE PROTEGGERE PROMUOVERE INTEGRARE” è lo spettacolo “CITTADINI DEL MONDO” che si terrà il 07 luglio alle ore 19.30 e che segna la fine del laboratorio teatrale di integrazione culturale che i bambini dell’Azione Cattolica Ragazzi con i bambini provenienti da altre parti del mondo stanno vivendo già dal mese di maggio.

Il giovane, di Scerni, si è formato negli ultimi tempi nella comunità di Santa Maria Maggiore a Vasto

Da Redazione Histonium.net

 

Nella Cattedrale di San Giustino Chieti, alle ore 17 di mercoledì 27 giugno, si terrà l’ordinazione sacerdotale di Matteo Gattafoni, di Scerni, giovane formatosi negli ultimi tempi nella comunità di Santa Maria Maggiore a Vasto.

Successive tappe saranno la celebrazione della sua prima Santa Messa, nella chiesa di Santa Maria della Strada a Scernigiovedì 28, e sabato 30 nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Qui di seguito un’intervista a don Matteo.

Come è nata la tua vocazione e quale ruolo ha avuto per la sua maturazione la tua famiglia e/o la tua comunità parrocchiale?
E’ sempre bello rispondere a questa domanda perché mi permette di ritornare all’emozione di quel giorno o giorni perché sono due. In realtà, come ho raccontato tante volte, un po’ come la storia di Abramo anche la mia storia vocazionale ha due “vocazioni”.  La prima quando avevo solo 7 anni. Era il mese di maggio del 1999. L’incontro con il mio parroco don Mario nella Chiesa della Madonna della Strada. Il dialogo con lui mi accese il cuore di gioia. Ci doveva essere dietro quel sacerdote “Qualcuno” che donava una gioia grande e volevo conoscerlo anche io e farne esperienza. E gli anni della giovinezza sono stati importanti proprio per riconoscere in quel “Qualcuno” il volto e il nome di Cristo. La seconda alcuni anni dopo quando ero più grande in primo superiore in un incontro dei ministranti a Miglianico con l’Arcivescovo. La testimonianza di un sacerdote riaccese in me il desiderio di farmi dono agli altri come prete. Il prete prima di essere tale è un uomo. Di questo ringrazio la mia famiglia che mi ha cresciuto ed educato a valori alti e veri e che, pur non capendo e condividendo da subito la mia decisione, mi ha accompagnato e sostenuto nel mio percorso di crescita e formazione in questi anni con pazienza e amore. Soprattutto mi hanno lasciato “libero” di seguire il sogno di Dio nella mia vita. Oltre alla mia famiglia sicuramente ha avuto un ruolo importante la mia Comunità Parrocchiale di Scerni dove sin da piccolissimo facevo il chierichetto, poi le esperienze come catechista e infine educatore nell’Azione Cattolica che è stata ed è per me la mia seconda famiglia. Il luogo dove ho imparato la “responsabilità e il servizio” ma soprattutto la casa dove il Signore mi ha donato di crescere nella mia vocazione e di vivere le più belle e vere amicizie.

Come hai vissuto gli anni del Seminario?
Devo dire che non è stato facilissimo. La nostalgia della famiglia e degli amici c’era. E non sono mancati neanche i momenti di prova. Anzi ce ne sono stati tanti. Come in ogni storia d’amore ci sono sempre gli alti e bassi ma non mi sono mai sentito solo. Ho sempre avvertito la presenza del Signore che mi aveva chiamato e mi voleva in quel posto per conoscerlo, capirlo e impararlo ad amare anche quando non riuscivo a capirlo. Sicuramente ci sono stati tanti bei momenti che ho vissuto insieme agli altri compagni condividendo una stessa vocazione e uno stesso percorso.

A quale modello di presbitero hai guardato? Quale modello di santità ti ha aiutato in questi anni?
In realtà a due: a don Mario che è stato il mio parroco per tanti anni e soprattutto lo strumento di cui il Signore si è servito per chiamarvi al sacerdozio e che mi ha insegnato “i segreti del mestiere” quelli che si possono apprendere solamente con l’esperienza: la pazienza, la tenerezza e la preghiera. E poi il Vescovo Alessandro, originario della mia Comunità Parrocchiale di Scerni vissuto tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, a cui sempre sin da bambino ho guardato come modello di uomo e pastore santo innamorato di Cristo e della Chiesa.

Come hai vissuto il tuo diaconato e in quale comunità hai fatto questa prima esperienza pastorale?
In questi mesi di vita diaconale, ho svolto il mio servizio pastorale con il caro don Domenico Spagnoli nella comunità di Santa Maria Maggiore in Vasto dove sono già da due anni. Con lui ho potuto apprendere che non è soltanto quello che faccio, ma il dono di me stesso, che mostra l’amore di Cristo per il suo gregge e soprattutto la grande e tenera pazienza che deve abitare il cuore di un pastore. Ho cercato in questi mesi di essere testimone della segreta presenza del Cristo risorto a fianco di ogni persona facendomi compagno di viaggio di tutti coloro che il Signore ha messo sulla mia strada: giovani e adulti e di condividere con discrezione e affetto le loro speranze, le attese, e le amarezze.

Che cosa significa essere prete oggi?
Credo che debba essere un uomo di mansuetudine che continuamente intesse legami di comunione, un uomo di predicazione che testimonia e annuncia la bellezza di Dio nel nostro mondo e un uomo di tenerezza che rende presente l’amore di Dio per ogni creatura in ogni momento.

Cosa ti aspetti dalla comunità dove svolgerai il tuo ministero come presbitero?
Sono sincero non mi aspetto nulla di particolare ma ciò che Dio vorrà operare. Sono convinto che non sia la Comunità parrocchiale a doversi modellare sul sacerdote ma è il sacerdote che deve modellarsi sulla comunità parrocchiale che incontra e che serve. Mi aspetto di camminare insieme alla mia nuova Comunità parrocchiale di Fara San Martino per aprirci insieme alla novità dello Spirito e alla bellezza del Signore.

Come stai vivendo questo momento prima dell’ordinazione?
Con il cuore colmo di emozione perché è il sogno di un bambino che sta diventando realtà, di stupore perché è soprattutto il sogno di Dio che si sta realizzando nella mia vita, di gratitudine perché Dio ha custodito la mia vocazione con fedeltà e amore da sempre e l’ha portata a compimento.

Come si sta preparando la tua Comunità parrocchiale a questo evento?
Con grande emozione ed affetto anche perché sono quasi sessanta anni che non esce una vocazione sacerdotale da Scerni. Il mio parroco don Graziano ha organizzato un triduo di preghiera in preparazione all’ordinazione nei tre giorni precedenti sul tema della chiamata, della sequela e della missione. Anzi il mio grazie a lui per tutto quello che sta mettendo in piedi per questo evento con tanto affetto e passione.

Cosa consiglieresti a un giovane che si sente chiamato al sacerdozio?
Di non avere paura ma di “buttarsi” se sente nel suo cuore che Gesù lo chiama perché lui e fedele. Di amare il Signore e la Chiesa al di là di tutti i suoi problemi perché è bello essere nella comunità dei battezzati. Di amare l’essere umano al di là delle sue fragilità perché è la sfida che siamo chiamati a vivere come cristiani.

Possiamo dire che quindi sei pronto al grande giorno?
Eh sì. Posso dire di essere pronto. Mercoledì 27 giugno l’ordinazione sarà alle ore 17 nella Chiesa Cattedrale di San Giustino a Chieti. Giovedì 28 presiederò la mia Prima Messa a Scerni nel Santuario della Madonna della Strada dove tutto ha avuto inizio. Sabato 30 presiederò la Prima Messa nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Vasto per dire grazie alla bellissima comunità che mi ha accolto e voluto tanto bene in questi due anni tra di loro.
Vi aspetto. Pregate per me.

«Cerco un rapporto confidenziale con Dio»

Di seguito l’intervista a Fabrizio Ciurlia, un membro attivo dell’Azione Cattolica della parrocchia di San Nicola a San Salvo.

Qual è stato il tuo approdo alla fede e/o ci sono fatti o persone che ti hanno fatto credere in Dio?
Sono stato sempre accompagnato dai miei genitori in parrocchia. Un ruolo determinante hanno avuto i miei nonni. Un episodio particolare che conservo ancora nel cuore è questo: da bambino ero andato in campagna con mio nonno e lui mi portò a vedere una roccia piatta da cui fuoriusciva una piccola pianticella e mio nonno disse: “se Dio riesce a far crescere una pianta da una pietra è una dimostrazione che Dio esiste ed è grande.”

E il tuo approdo in azione cattolica?
Come tanti altri avevo Don Piero come professore di religione alle scuole medie e frequentavo la parrocchia. In particolare in occasione del meeting di solidarietà organizzato dalla parrocchia nel 1984 (un evento che ha portato a San Salvo personaggi di rilievo e tra questi Antonino Zichichi un grande scienziato di fama internazionale) vedevo un grande fermento e dei giovani appassionati che si davano da fare per la riuscita dell’evento. E mi chiedevo: “perché questi giovani spendono tempo, fanno tardi la sera e presto la mattina….?”.  questo perché mi ha fatto appassionare ancora di più alla parrocchia per ricercare il perché di tutto questo attivismo e voglia di fare. Spero di dare sempre il meglio di me nel cercare il perché della fede”

Qual è il tuo rapporto con Dio?
È un dialogo a volte arrabbiato, a volte più sereno, a volte di ringraziamento a volte più confuso. Molto spesso è un dialogo che torno a fare dopo aver taciuto per un po’ di tempo perché ho dato troppo tempo al fare. Cerco di guardare a  tutto ciò che faccio ogni giorno come a un qualcosa da realizzare e inserire in un disegno più grande e cerco di capire qual è il disegno di Dio.

Cosa pensi del fatto che sono sorti tanti cammini di fede?
Ogni cammino di fede ha una sua particolarità e in ogni particolarità c’è un valore da esaltare e non da denigrare. Ognuno nasce da un esigenza, da un bisogno e dalla voglia di cercare Dio attraverso una strada particolare. Il tutto sta nel cercare di armonizzare tra di loro i vari cammini e a pensare che ogni cammino è una ricchezza.

Con l’azione cattolica delle altre realtà parrocchiali di San Salvo, avete dei momenti di incontro?
Questo non c’è ancora stato. Forse perché noi abbiamo una storia un po’ più lunga , loro un po’ più corta. Per il momento ci siamo incontrati solo a livello diocesano. Nulla vieta che in futuro ci possano essere dei momenti di incontro soprattutto per quei momenti di festa previsti dall’azione cattolica.  Potrà essere un prossimo passo.

Da quanti anni sei presidente dell’azione cattolica della parrocchia?
Il mio primo mandato risale al 2011. Ogni mandato dura tre anni e da gennaio 2014 sono al secondo mandato.

Qual è la cosa più bella e la cosa un po’ più pesante di questo mandato?
La cosa più bella è andare a guardare la parrocchia non presa da un unico punto di vista che può essere quello del gruppo che ti interessa di più ma nella sua globalità dai bambini, giovanissimi, giovani adulti e anziani. E la cosa più bella è proprio il rapporto personale con tutte queste persone. Una cosa un po’ più brutta tra virgolette è una pesantezza pastorale nel senso non è facile seguire e dare tutto per tutti i gruppi e a volte mi dispiace quando un gruppo si sente trascurato e sento la responsabilità di non essermi accorto che quel gruppo sta soffrendo e allora cerco di fare in modo che questo gruppo riesca a vivere una sua esperienza di fede positiva.

C’è qualcosa che ti piacerebbe fare per far conoscere Dio a chi non lo conosce?
C’è una cosa che mi piacerebbe fare: io ho un bel ricordo della sede parrocchiale della vecchia chiesa con il portone su Corso Garibaldi sempre aperto e sempre pieno di bambini e ragazzi che giocavano e che spesso venivano solo per quel motivo e non frequentavano nemmeno l’azione cattolica. Chi passava vedeva il portone aperto e lo sguardo ce lo buttava sempre. Chi veniva aveva l’occasione di avere col parroco e con gli educatori un rapporto spontaneo, diretto. Il mio sogno sarebbe proprio quello di riaprire quel portone per offrire un luogo di incontro, una piazza, uno spazio in cui le persone in cui si possono incontrare e offrire l’ amicizia di Dio.

Secondo te l’azione cattolica ha un difetto?
Ne ha tanti ma uno in particolare è legato al fatto che a volte si lascia prendere dalla troppa burocrazia.

Qual’ è il tuo ricordo più bello di Don Piero?
Ne ho tanti di ricordi belli uno dei ricordi particolari era la vita quotidiana in parrocchia e soprattutto la sera quando finivano tutte le attività di parrocchia e ci si sedeva fuori a chiacchierare  insieme per parlare di noi, di quello che avevamo fatto il giorno e usciva un idea per un iniziativa o la soluzione per un problema.

C’è un insegnamento, una cosa di cui puoi dire questa cosa me l’ha insegnata don Piero?

Mi ha insegnato tante cose. In particolare mi ha imparato a guardare gli altri come persone in maniera diversa: non solo come persone che vivono con te una certa fetta della tua vita ma come persone che qualcuno ha messo sul tuo cammino ed avere un rapporto con loro proprio perché i nostri cammini si sono incrociati non per caso ma perchè Dio li mette nel nostro cammino. L’incrociare gli sguardi non è mai casuale ma fa parte di qualcosa di più grande

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,15-20. 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;
un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.
Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».

Angelo: “Sono vivo grazie al cuore di un diciottenne”

 

Di seguito una sintesi di una toccante testimonianza di Angelo Fabrizio, un uomo che è vivo per miracolo.

Cosa ricordi della tua infanzia e del tuo essere ragazzo e giovane sansalvese?

Io sono nato il 5 agosto del 1957 e con orgoglio rivendico il fatto di essere figlio di contadini, persone semplici, umili e generose che ti darebbero anche ciò che non hanno. Ero un ragazzo come tanti altri che amava stare in strada a giocare con gli amici. San Salvo era piccolissima e tutti si volevano bene. Con l’insediamento della Siv, mio padre, come tantissimi altri si era rivolto al politico di turno Vitale Artese per chiedergli di farlo entrare a lavorare in fabbrica ma lui gli rispose “ma tu hai la terra”. Ovviamente papà ci restò malissimo perché all’epoca aveva solo un piccolo appezzamento e che non rendeva abbastanza per soddisfare le esigenze della famiglia ma poi si rimboccò le maniche e intensificò la sua attività di agricoltore. Quella era l’epoca d’oro per le pesche a San Salvo e proprio grazie a ciò papà poté acquistare altri terreni e costruire anche casa. Io, intorno ai 15 anni, oltre che aiutare i miei genitori in campagna ho cominciato anche a lavorare nella Cooperativa Eurortofrutticola. Mi presero perché ero alto e l’altezza serviva perché c’era bisogno porre una sull’altra le cassette di legno sulle pedane. Quante schegge si ficcavano nelle mani! Le pesche venivano commercializzate anche fuori San Salvo e per farle giungere nella varie destinazioni le portavamo alla stazione e nei vagoni per avere l’effetto frigorifero e far conservare la frutta fino a destinazione rivestivamo le pareti dei vagoni con dei “lingotti di ghiaccio”, ognuna delle quali misurava un metro di altezza per circa 15 centimetri di profondità.

Come è proceduta in seguito la tua vita?

Nel 1977 insieme a un mio amico Angelo De Cinque, avevamo preso in gestione un consorzio agrario a Vasto ma lo tenemmo solo per qualche anno ossia fino al 1981 quando aprii un negozio di giardinaggio a Vasto. Ma questa scelta mi ha portato anche ad avere tanti debiti. Per fortuna nel frattempo avevo iniziato a fare anche lavori di giardinaggio e in seguito questo è diventato il mio lavoro prevalente. Nel 1977, durante una festa di compleanno a Vasto, ho anche conosciuto colei che è diventata mia moglie, Raffaella Bruno. Rimasi subito colpito dal suo viso dolce, delicato e senza trucco. Nel 1982 ci siamo sposati ma ben presto abbiamo scoperto che purtroppo non potevamo generare figli. Mia moglie che veniva da una famiglia di 4 figli aveva subito pensato di avviare delle pratiche di adozione ma io non volevo sia per orgoglio e sia perché ero anche avaro. Stava cominciando a nascere dell’astio tra di noi per questo motivo. Ma la nostra salvezza è stato il fatto che siccome mio suocero era un diacono, aveva cresciuto i figli con il senso del valore delle pratiche religiose. Infatti da quando ci siamo sposati, tutte le domeniche andavamo a messa. Ma io ci andavo solo per seguire mia moglie e non per fede. Una domenica restai colpito da un passo della bibbia che diceva: “Non è ancora il tempo, né il momento e né il luogo in cui tu possa ricevere questa parola e portare questo peso”. Di lì a qualche settimana ci furono delle testimonianze di persone che frequentavano il Cammino Neocatecumenale e chi aveva 5, chi 6 e chi 7 figli. Dopo aver ascoltato queste testimonianze, abbiamo cominciato a frequentare questo cammino e io mi sono deciso a condividere il desiderio di mia moglie di accogliere dei bambini a casa nostra. Era il 1984! Dopo ben 4 anni di burocrazia è arrivata la bellissima notizia che potevamo andarci a prendere “nostra figlia” a Santa Fè di Bogotá in Colombia. Aveva solo 7 giorni e somigliava un sacco a mia moglie. Eravamo felicissimi di questa scelta e subito abbiamo avviato le pratiche per un’altra adozione che è arrivata nel 1992. Stessa prassi e stessa immensa gioia. Questa volta era un maschietto di 25 giorni che aveva un qualcosa che lo faceva somigliare a me. Avevamo avviato anche una terza adozione ma lo stato del mio cuore che stava sempre peggio era un ostacolo per la burocrazia. Da sempre i nostri figli hanno saputo che erano figli che non avevamo generati ma che li amavamo immensamente.

Quando hai scoperto il tuo problema al cuore e quando sei arrivato al trapianto?

Quando avevo 7 anni, una mattina non mi sentivo le gambe e non riuscivo ad alzarmi dal letto. Mamma all’inizio pensò che era una scusa per non andare a scuola ma poi si accorse che non era così e cominciammo a fare i primi accertamenti. Uno streptococco si era depositato nel cuore e aveva provocato un’insufficienza aortica che mi sono poi trascinato nel tempo. In seguito ho avuto una vita normale giocavo persino a pallone. Anche se mamma diceva “questo non lo devi fare, sei malato!”. Nel 1990 ho subito il primo intervento per la sostituzione della valvola aortica. Tutto è andato bene e sono andato avanti senza problemi per diverso tempo. A inizio 2003 durante uno dei controlli di routine mi hanno detto che il cuore si stava ingrossando troppo e che avevo bisogno urgente di un trapianto. Consultai anche un altro centro e ci accompagnò anche don Raimondo Artese. Il responso era lo stesso. Il 4 febbraio del 2003 (giorno del mio trapianto) sono rinato per la seconda volta e dopo di allora ho cambiato completamente prospettiva di vita. Io sono vivo grazie al cuore di una ragazzo diciottenne di Modena morto dopo un incidente. Sento che sono vivo per miracolo e che in qualche modo quel ragazzo continua a vivere insieme a me. Nei giorni di festa come Natale e Pasqua ho un gran magone perché questi sono i giorni deputati allo stare in famiglia e sento il dolore della famiglia di quel ragazzo. E così mi ritrovo ogni istante a ringraziare Dio per la mia vita, mia moglie, i miei due meravigliosi figli, i miei genitori e tutte le persone che mi vogliono bene e che amo.

Vangelo del giorno 26 giugno

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,6.12-14. 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ” Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa;
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!”

Don Beniamino: “Signore, facciamo un patto: tu sei il Parroco e io il viceparroco”

Don Beniamino Di Renzo è un giovane sacerdote di soli 34 anni che da giovedì 7 settembre 2017 è stato insediato nella parrocchia di  San Nicola a San Salvo. Il suo paese di origine è San Martino sulla Marrucina. Ultimo di tre figli, nato il 23 maggio del 1984, da Ennio Di Renzo (prima ufficiale civile di marina imbarcato e poi direttore delle poste di Chieti) e Giuseppina Pompilio.
È stato ordinato sacerdote l’8 settembre del 2012 e ha celebrato la sua prima messa il 9 settembre 2012 e il 5 ottobre dello stesso anno è diventato parroco a Gessopalena dove è rimasto fino ad oggi.

Mi racconti un po’ di te e della tua scelta di diventare sacerdote?

Io sono nato in una famiglia in cui tutte le domeniche si andava a messa. Non si andava solo se si era malati. E anche i discorsi e le scelte che si facevano andavano nella stessa direzione. Siccome mia mamma lavorava come fisioterapista in ospedale, spesso stavo con la mia prozia Maria che
era una donna dalla grande fede che seppur non era sposata e non aveva figli era incredibilmente materna e viveva il senso più profondo della vita e della salvezza eterna. Spesso mi portava con sé in parrocchia per seguirne le varie attività. Siccome nei periodi estivi amavo andare a messa anche tutti i giorni molti mi dicevano di farmi sacerdote ma io mi arrabbiavo tantissimo e qualche volta ho anche risposto davvero male e chi “osava” dire una cosa del genere. Nella mia testa c’era l’idea di seguire l’esempio di mia nonna materna che divenne un’insegnante in ruolo grazie a un concorso che vinse a soli 16 anni ( classe 1906!). Gli ultimi due anni della sua vita li ha vissuti a casa nostra allettata. Io che avevo solo tre anni e ricordo ancora che le gironzolavo sempre intorno. E vivevo in pienezza ciò che lei rappresentava per la nostra famiglia anche nel periodo della malattia: non un peso ma una presenza viva e bella. Nonostante ero molto piccolo conservo un bellissimo ricordo di lei. Dalle testimonianze che avevo raccolto in paese sapevo che nonna considerava i suoi alunni dei figli da educare e non persone da indottrinare. Questo mi affascinava tantissimo. E così dopo aver conseguito il diploma di ragioneria nell’ottica dell’insegnamento mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Religiose a Chieti.

Io vivevo la chiesa come un fatto culturale e vitale che apparteneva al mio modo di essere. Ma ci fu un giorno, nel periodo natalizio, in cui mi misi a contemplare il presepe di casa e nel vedere la grotta illuminata mentre le altre luci erano spente mi venne da pensare ”Dio tu sei un Dio che ascolta e so che ascolti anche me in mezzo a tanti. Che bello significa che mi vuoi bene!”. Da allora ho cominciato a sostare tutti i giorni almeno una decina di minuti davanti al Santissimo senza dire una parola semplicemente per stare un po’ insieme a Lui.

Ciò nonostante continuavo a scartare l’idea del sacerdozio ancora di più quando entrai una volta in Seminario per andare a far visita a un amico, Angelo Di Prinzio. E quel giorno le mie “ultime famose parole furono “Io qui non metterò mai piede!”. Seppur vedevo il matrimonio come una cosa davvero bella e avevo anch’io avuto le mie sbandate per le ragazze, sentivo che non era per me e cominciavo a maturare l’idea che dovevo fare qualcosa di bello e grande per Dio e pensavo a qualche forma di celibato, massimo diaconato. Mi spaventava troppo l’idea di mettere la mia vita completamente nella mani di Dio.

Ma tra il 2007 e il 2008 successero tanti episodi che travolsero completamente questa mia idea. Ero già stato a Lourdes diverse volte ma a febbraio del 2007 vi tornai in occasione del 150° dalle apparizioni e andando a visitare la salma di Santa Bernadette vidi un immagine bellissima che mi colpì profondamente: il volto della santa, serena e beata. Scoppiai a piangere e chiesi: “ Se è nella volontà di Dio, aiutami a fidarmi completamente di Lui come hai fatto tu” . Stessa preghiera innalzai alla Madonna davanti alla grotta.” Nel giorno dell’ordinazione del mio amico Angelo (agosto 2007) mi avvicinai al vescovo Bruno Forte semplicemente per salutarlo come fanno tutti. Gli parlai un po’ di me e gli dissi che stavo frequentando Scienze religiose e lui quasi in maniera secca “Dio da te vuole qualcosa in più”. E fece segno al suo segretario (all’epoca Don Domenico Spagnolo) di darmi un bigliettino da visita del gruppo del discernimento vocazionale Samuel. Presi quel bigliettino, lo misi in tasca e lo riposi in un comodino. A ottobre mi dissi “devo sapere cosa vuole Dio da me” e chiamai quel numero nella convinzione che non sarebbe stata la mia strada. Chiamai e mi convocarono per il giorno dopo a San Giovanni In Venere a Fossacesia. E da lì è cominciata a maturare in me l’idea di entrare in seminario che rivelai alla mia famiglia solo nel luglio del 2008.

Oltre alla tua famiglia ci sono delle persone che porti nl cuore e che ti hanno aiutato a maturare questa scelta?

Di sicuro la mia prozia Maria e i due sacerdoti che hanno guidato la parrocchia del mio paese negli anni cruciali della mia vita, l’indiano don Ignazio Amaladas e don Antonio Di Francescomarino. Entrambi con una spiritualità straordinaria ma anche ferma. Quest’ultimo in particolare prima di essere un sacerdote era semplicemente un cristiano sempre nella gioia e sempre col sorriso fino all’ultimo quando un tumore al pancreas lo ha portato via l’11 giugno del 2008. Aveva dei modi molto signorili , di una profonda gentilezza verso tutti senza alcuna distinzione. Mi sconvolse il suo modo di affrontare la malattia e vedendolo sempre più deperire mi chiedevo “ma come fa a restare così tranquillo?”. Era una persona molto autorevole ed era l’unico a cui non osavo rispondere in malo modo quando mi diceva di farmi sacerdote e ancora maturavo quell’idea. A febbraio del 2008 quando l’andai a trovare gli avevo rivelato la mia volontà di entrare in seminario. E lui esclamò “Finalmente!” I suoi funerali furono celebrati il 13 giugno del 2008 nella cattedrale di Chieti dal Vescovo Bruno Forte che in quell’occasione mi disse “un santo sacerdote è volato in cielo, un altro si prepara a dire messa”.

Come hai vissuto la tua prima esperienza da parroco?

Ho chiesto al Signore: “Se tu che mi hai voluto qui! Facciamo un patto Tu sarai il parroco e io il tuo viceparroco”. E così è stato. Umanamente a tutti fa piacere avere il plauso degli altri e questa sensazione di essere stato un semplice strumento nelle mani di Dio, mi aiuta a non entrare in superbia. Nel giorno in cui mi hanno salutato a Gessopalena e guardandomi intorno, mi sono reso conto che sono state fatte tante cose ma non me ne sento responsabile. La cosa più bella, e di cui non mi sento artefice, è stato quando un parrocchiano mi ha detto “grazie a te mi sono riavvicinato a Dio”.

 

Don Raimondo Artese, il sacerdote dei bambini

Don Raimondo Artese il 27 aprile 2018 ha festeggiato i suoi 40 anni di sacerdozio. Da 27 anni esercita il suo ministero nella stessa città in cui è nato e nella quale è maturata anche la sua vocazione alla sequela di Cristo e della Chiesa.

Due peculiarità caratterizzano questo ministero. La prima in assoluto è senz’altro la sua attenzione per le famiglie anche con i bambini piccoli. Cosa per niente scontata! La messa delle 10 del mattino nella parrocchia di San Giuseppe da quando don Raimondo l’ha introdotta è sempre stata quella in cui le famiglie possono partecipare tranquillamente anche se al suo interno ci sono i bambini che o per età o per carattere o per qualsiasi altra situazione possono in qualche modo dare fastidio. Questa è una messa in cui è normale sentire il “soave” chiacchiericcio dei piccoli ma per chi ama Cristo non è un fastidio. Il rito è un po’ più breve e nel momento dell’omelia don Raimondo usa linguaggi più semplici e più gioiosi. Ha fatto proprio il motto di Gesù “lasciate che i bambini vengano a me”.

L’altra peculiarità di don Raimondo è quella di aver creato una comunità accogliente fatta da diverse realtà ecclesiali come il Movimento dei Neocatecumenali, l’Agesci (movimento scout cattolico), il gruppo delle Famiglie e del Rosario, la Caritas parrocchiale, il Rinnovamento Nello Spirito, l’oratorio San Vitale. Non ci sono persone onnipresenti ma tante persone che fanno servizi diversi.

(Di seguito una sintesi dell’intervista rilasciata da don Raimondo Artese nel 2014)

Come è nata la sua vocazione sacerdotale? 

La mia vocazione è nata grazie alla testimonianza della mia famiglia. Ogni domenica i miei genitori andavano a messa (possibilmente anche durante la settimana) e partecipavano alle novene e agli incontri organizzati dalla parrocchia. Ho un bellissimo ricordo di mio nonno Nicola, uomo di fede che durante la settimana stava alla masseria e il sabato sera tornava in paese, andava dal barbiere per “farsi fare la barba” e la domenica mattina puntualmente andava a messa e la sera tornava di nuovo alla masseria. Da piccolo non ero proprio un “santarellino” e quindi andavo in giro per la Chiesa e spesso parlavo. Quando mi dicevano di stare zitto io rispondevo “Cirillo parla, parlo pure io.”Un giorno a scuola era passato un sacerdote che ci aveva fatto fare un tema su cosa volevamo fare da grandi: io volevo diventare sacerdote. In terza media sono entrato in Seminario. Ricordo che quando i miei dovettero chiedere a Don Cirillo il rilascio del certificato per farmi entrare in seminario, chiese: “ma siete proprio sicuri?”.

Ha vissuto la trasformazione di San Salvo da centro rurale a polo industriale, quali i suoi ricordi e quali le sue impressioni su questi cambiamenti?

Ricordo che San Salvo era veramente un piccolo paese. A scuola c’erano due sezioni una maschile e una femminile. L’unica strada trafficata era la nazionale. In pochissime case c’era la televisione che in diverse occasioni diveniva oggetto di condivisione. Ma quando c’erano delle trasmissioni particolari e tante persone la volevano vedere il padrone di casa poggiava l’apparecchio sulla finestra.

Secondo lei come veniva e come viene percepita la chiesa dalla maggior parte degli abitanti di San Salvo?

Una volta, la maggior parte delle persone andava in chiesa un po’ per tradizione e un po’ per quel senso di religiosità che portava a rivolgersi a Dio perché i raccolti andassero bene. Ora non è più così. Confido nel Signore affinché le varie circostanze per cui molti si avvicinano alla chiesa diventino occasioni per riscoprire quella fede che è nel cuore di ogni uomo.

Caro don Raimondo Arteseauguri per i tuoi primi 40° anni di sacerdozio! Dal battesimo all’ordinazione, anni in cui hai trasmesso a me e a tanti il dono di una fede semplice, bella, essenziale e piena di vita vera e concreta. Provvidenza, fiducia e attenzione..poche parole per descrivere il tuo ministero sempre “contromano”! Ci hai sempre insegnato che “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”, ma mi piace pensare che le storie di molti di noi che oggi ti facciamo gli auguri sarebbero state diverse senza incrociare la tua! Grazie…di tutto! (le parole di don Andrea Manzone per il 40° di don Raimondo)

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio: Giovanni

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 1,57-66.80. 
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio.
I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.
All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria.
Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni».
Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse.
Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati.
In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose.
Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.
Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.